Chiarezza. È questo ciò che ora chiedono gli investigatori: ricostruire ogni scelta, ogni decisione presa nei minuti e nelle ore successive a quel trapianto drammatico. Sotto la lente c’è soprattutto ciò che accade nel pomeriggio del 23 dicembre, dentro la sala operatoria del Monaldi, quando arriva da Bolzano un cuore ormai privo di segni vitali.
Da lì in poi, ogni scelta diventa cruciale.
Il nodo centrale: perché quelle decisioni?
Tra gli interrogativi più delicati emerge uno in particolare: al Monaldi era disponibile il Berlin Heart? E, se sì, perché non è stato utilizzato?
La domanda non è marginale. Il Berlin Heart è un dispositivo di assistenza ventricolare, un cuore artificiale temporaneo che può tenere in vita pazienti pediatrici in condizioni gravissime, spesso utilizzato come “ponte” verso il trapianto o verso una possibile ripresa cardiaca. Esattamente la situazione in cui si trovava il piccolo Domenico.
E allora: perché si è scelto l’ECMO, una macchina esterna che ossigena e supporta la circolazione sanguigna, invece di un cuore artificiale? Quali valutazioni – cliniche o strategiche – hanno orientato quella decisione?
L’inchiesta accelera
È su questi aspetti che ora si concentra il lavoro della Procura, determinata a ricostruire un quadro completo. I magistrati vogliono capire non solo cosa sia andato storto durante il trapianto, ma anche se le scelte successive abbiano influito sull’esito finale.
L’indagine, coordinata dal pm Giuseppe Tittaferrante e dal procuratore aggiunto Antonio Ricci, si avvale del supporto dei carabinieri del NAS, incaricati di approfondire in modo specifico la gestione del post-operatorio.
Il tema del Berlin Heart non nasce per caso: è stato sollevato anche da diversi esperti nel dibattito pubblico che ha accompagnato la tragica vicenda del bambino di Nola. Un elemento sufficiente a spingere gli inquirenti ad andare fino in fondo, eliminando ogni possibile zona d’ombra.
Scelte sotto esame
A sottolineare l’importanza di questo passaggio è stato anche il giudice per le indagini preliminari Mariano Sorrentino, davanti al quale si svolgerà l’incidente probatorio. L’obiettivo è chiaro: verificare la correttezza delle decisioni adottate subito dopo il trapianto.
Perché puntare sull’ECMO? Perché non ricorrere al cuore artificiale, nonostante i rischi noti legati all’uso prolungato di una macchina esterna?
Domande che, precisano gli inquirenti, devono essere affrontate senza pregiudizi, considerando la complessità estrema dell’intervento e il livello professionale dell’équipe coinvolta. Non si tratta di mettere in discussione le competenze, ma di accertare se ci siano stati errori nell’utilizzo delle risorse disponibili.
Una tragedia divisa in tre atti
Per comprendere davvero quanto accaduto, gli investigatori distinguono tre momenti chiave: prima, durante e dopo il trapianto.
Il “prima” è già segnato da un errore gravissimo: il trasporto del cuore da Bolzano, compromesso dall’uso del ghiaccio secco e da un contenitore non conforme ai protocolli più avanzati.
Il “durante” è il punto di non ritorno: il torace del bambino viene aperto, l’aorta clampata, il cuore malato rimosso. L’intervento è ormai avviato quando si scopre che l’organo donato è inutilizzabile.
Infine il “dopo”: la fase più delicata, quella delle decisioni salvavita. È qui che si concentra oggi l’attenzione della Procura. È qui che si gioca l’ultimo, drammatico interrogativo: si poteva fare una scelta diversa?
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