I servizi segreti, un accordo con i jihadisti che mi hanno sequestrato: sono grato all’Italia”. Mostra gratitudine e fornisce ulteriori particolari circa la sua rocambolesca fuga da Dubai, il narcotrafficante internazionale Bruno Carbone, che oggi, a Napoli, davanti ai giudici della settima sezione penale (presidente Marta Di Stefano), e al sostituto procuratore Maurizio De Marco, ha risposto alle domande degli avvocati del collegio difensivo nel corso di una udienza del processo che vede sul banco degli imputati il broker Raffaele Imperiale – il boss “dei Van Gogh”, che di recente ha messo a disposizione delle autorità italiane un’isola a Dubai di sua proprietà – e i suoi complici.
Le autorità italiane si attivarono dopo aver saputo del connazionale in difficoltà, anche se Carbone non è a conoscenza di tutti i particolari che hanno portato alla sua liberazione dalle milizie siriane.
Da quanto trapela, è piuttosto verosimile che un accordo ci sia stato, ma con le autorità turche, che poi avrebbero mediato con i jihadisti. E furono infatti i turchi a rendere nota la liberazione nel corso di una conferenza stampa. Ripreso di spalle, dalla località segreta dove è detenuto, Carbone – che come Imperiale è un collaboratore di giustizia – ha reso una testimonianza scoppiettante, al pari di quella del suo capo, per il quale organizzava spedizioni di fiumi di cocaina che riusciva a far arrivare in Italia dopo un primo approdo in Olanda.

























