Una requisitoria durata oltre cinque ore. Questo il lasso di tempo impiegato dal pm Maria Di Mauro, un tempo alla Dda di Napoli e ora procuratore aggiunto di Napoli nord, per ricostruire gli ultimi venti-venticinque di politica e malaffare maranese. Nell’aula T1 del tribunale Napoli nord, dopo oltre due anni di dibattimento, il pm affondato il colpo contro l’ex sindaco Mauro Bertini (per lui richiesti 15 anni di carcere), Armando Santelia (12 anni), Angelo Simeoli (10 anni), Aniello e Raffaele Cesaro (6 anni), Dino Pellecchia (1 anno per mendaci dichiarazioni al pm).
Mano pesante, dunque, per Bertini, Santelia e Simeoli. Per la pubblica accusa, i tre hanno spesso agito in sintonia e in sinergia per favorire il malaffare. L’obiettivo principe erano le speculazioni edilizie. La Di Mauro ha sciorinato una serie di dichiarazioni dei collaboratori di giustizia dell’area maranese, giuglianese e dell’area casalese: da Tipaldi a Bidognetti, da Pirozzi a Di Lanno da Perrone a Speranza. Quindici in totale.
“Tutti concordano – ha spiegato il pm – che a Marano l’edilizia era nelle mani dei Simeoli, Angelo e Antonio, e tutti hanno agito nel sistema Polverino. Per avere il monopolio del mattone sul territorio (e non solo) hanno avuto favori, agganci e la complicità degli uffici comunali”. Il pm è partito da lontano, ricordando il vincolo di parentela di Angelo Simeoli, fratello di Mattia ritenuto capozona del clan Nuvoletta. Ha citato il pentito Tipaldi, “che già nel 1999 aveva ben inquadrato la situazione, riferendo di un intervento del clan Polverino a favore di Bertini nelle elezioni vinte contro Cavallo Pasquale”. Ha citato le dichiarazioni di Giuseppe Spinosa, candidato sindaco del 2001, sconfitto da Bertini al ballottaggio. Spinosa aveva riferito sulla vicenda elettorale, spiegando di non aver voluto scendere a compromessi con i palazzinari di Marano, e quella di Palazzo Merolla, ricordando di quando fu avvicinato da Antonio Simeoli, che con una sua società, la Tiziana Costruzioni, aveva venduto l’immobile al Comune per la bellezza di 1 miliardo di lire. La stessa società lo aveva acquistato poco prima per 450 milioni di lire. Spinosa, consigliere di opposizione, si era opposto a quella vendita e sarebbe stato avvicinato da Ciaulone che gli avrebbe riferito di “non fare casino e mettersi in mezzo”. La Di Mauro ha ripreso anche alcune dichiarazioni dell’ex vicesindaco Teresa Giaccio, ha ripescato anche una valutazione del palazzo fatta, su commissione di Bertini, dall’ingegnere Buggè. Durante la sua requisitoria ha spiegato che il palazzo, nel 1994, era definito pericolante dai tecnici comunali, ma nel 1998, la sua quotazione, nonostante il vincolo, era cresciuta esponenzialmente: quasi due miliardi di lire. E ancora: che alla fine si era arrivati alla vendita dell’immobile, ammalorato e ritenuto in parte pericolante, per 1 miliardo di vecchie lire. Un palazzo che con il passare degli anni, insomma, benché in precarie condizioni aveva visto il suo valore crescere di gran lunga e non decrescere.
Per la Di Mauro, quella di palazzo Merolla, come il caso Galeota e la speculazione di Casalanno e Casa Criscio, è una delle più inquietanti orchestrate dalla camorra e fatte in combutta con il Comune e con Bertini che era perfettamente a conoscenza di chi fossero i suoi interlocutori. Il pm ha citato il video pubblicato da Terranostranews nel 2018, nel quale Bertini, durante un comizio elettorale, ammette, per l’acquisto di Palazzo Merolla, di aver “trattato con il prestanome di Ciaulone, aggiungendo (con aria spavalda, ha aggiunto la Di Mauro) che a Marano per fare affari dovevi trattare con loro”. Bertini conosceva Chiarolanza – ha aggiunto il pm – e conosceva bene Simeoli Antonio, arrestato la prima volta nel 1993 e sottoposto a misure di prevenzione.
Il pm ha incentrato quasi tutta la sua requisitoria sul ruolo di Bertini, sulle sue controverse scelte (la nomina di Nico Santoro quale progettista del Pip), i suoi rapporti definiti strettissimi con Biagio Iacolare, la concessione rilasciata – poco dopo le elezioni del 2001 – al suo acerrimo nemico Lello Credentino, beneficiario della cosiddetta 219. Una concessione che gli sarebbe valsa l’appoggio di Credentino al ballottaggio del 2001. E ancora: la scelta di attaccare Pitocchi, dirigente comunale, allorché fu nominato (con bando ad evidenza pubblica) a Marano. La famigerata riunione di San Rocco, dove si parlò degli espropri dell’area Pip alla presenza di Oliviero Giannella e Angelo Simeoli. Il ruolo del defunto agronomo Di Maro, tirato in ballo dal pentito Perrone. Le intercettazioni tra Antonio Di Guida e Mario Sansone e le parole intercettate tra Di Guida e Gaetano Orlando. Intercettazioni nel quale Di Guida, in un periodo antecedente all’inchiesta Pip e a questo procedimento giudiziario, riferiva delle tangenti versate da Simeoli Angelo a Bertini e del modus operandi dell’ex sindaco che avrebbe sempre utilizzato Santelia per coprire le sue operazioni illecite.
Nella lunga disquisizione si è parlato del fatto che Bertini, per oltre un mese, come da verbale firmato da Santelia, aveva portato a casa sua le buste per i lavori di Palazzo Merolla, poi finiti – parola del pm – a una ditta di camorra, la Mastromimico, di area Casalese. Bertini, sottoposto alle domande del pm mesi fa, aveva dichiarato che al Comune non vi erano casseforti funzionanti, ma il dato venne smentito dal dirigente Luigi De Biase, ascoltato anch’egli nei mesi scorsi. Di casseforti ve ne erano, in realtà, almeno due o tre.
La Mastromimico, come è noto a tutti i maranesi, si era aggiudicata anche i lavori al cimitero di Marano. E il caso Galeota, l’abbattimento della masseria ubicata su suolo agricolo, la Dia presentata da Simeoli Angelo quando nemmeno era proprietario dell’immobile. I soldi versati (40 mila euro) da questi a Bertini ben prima dell’arrivo dei commissari prefettizi, le scelte di Santelia che sospende i lavori solo dopo una relazione di un avvocato del Comune (periodo commissariale) ma che li fa poi riprendere quando Bertini torna in sella dopo la pronuncia del Tar.
La Di Mauro si è soffermata ancora sulla composizione delle giunte e amministrazioni bertiniane, sulle sue confidenze fatte (qualche anno fa) al maggiore del Ros Sferlazza. Dichiarazioni rese nel periodo delle indagini sul Pip, quando disse – nella sua tenuta di Villaricca – peste e corna di Santelia, il suo fidato dirigente, e Biagio Sgariglia, suo fidato assessore. E ancora: si è parlato dei rapporti tra Bertini e Danania, imprenditore legato a Baccante, uno degli assassini di Siani. Dei soldi pretesi dai Cesaro, della questione del mercato ortofrutticolo, con Bertni (e siamo nel 2018) che – secondo l’accusa – voleva bypassare il bando di gara per l’affidamento degli stand per favorire alcuni imprenditori imparentati con malavitosi. Tra i tanti ha citato il fratello di Giuseppe Simioli, attuale collaboratore di giustizia.
Poi la questione Pip, già al centro di un processo conclusosi con l’assoluzione dei Cesaro dall’accusa di concorso esterno. Per il pm i Cesaro non sono vittime di estorsioni da parte dei Polverino, poiché hanno avuto molte opportunità per denunciarle. C’erano un accordo tra le parti, ha chiosato il magistrato. “I Cesaro erano in confidenza con un ufficiale di Castello di Cisterna e non hanno mai fatto cenno a queste cose. Sapevano che c’erano indagini su di loro. Hanno invece parlato di ingerenze della politica e degli uffici comunali”. Sono stati rievocati i passaggi in cui Bertini e Iacolare avrebbero ottenuto soldi, tangenti, dai Cesaro. Lo stesso Simeoli, interessato all’affare Pip, poi lasciato ai Cesaro, avrebbe detto agli imprenditori di Sant’Antimo che dovevano “vedersela loro con Bertini, Iacolare e che dovevano far lavorare imprese del territorio”. Simeoli – come ricordato dai Cesaro – consigliò loro anche di servirsi dell’operato dell’agronomo di Maro.
Sono state rievocate, nel corso della lunga discussione, le riunione tenutesi – per l’affare Pip – a Sant’Antimo e nella masseria di Simeoli, anche alla presenza di Salvatore Di Nunzio, “Tore ‘a lavatrice”, per la pubblica accusa commercialista impiegato da vari clan.
E ancora: la nomina da parte di Bertini, con un proprio decreto, di un tecnico, vicino ai Cesaro, Nico Santoro, per seguire il Pip. La concessione ai Cesaro, nel giro di pochi giorni, di licenze per i capannoni dell’area industriale rilasciati da Gennaro Pitocchi, nominato dalla giunta Perrotta. Il ruolo dell’ex dirigente Giovanni Micillo, che si era rifiutato, per carenza di istruttoria, di rilasciare i permessi a costruire. Storia narrate in lungo e in largo da Terranostranews negli anni in cui queste cose accadevano o negli anni successivi. Articoli datati 2015-2016-2017-2018, in cui si snocciolano tutte le incredibili vicende amministrative ritenute border line: palazzo Merolla, il Galeota, il Pip, il cimitero. Articoli apparsi in molti casi molti mesi o anni prima delle inchieste.
A settembre sono in programma le discussioni e le repliche degli avvocati difensori. La sentenza sarà diramata, verosimilmente, ad inizio ottobre. Una lunga storia per fare chiarezza su un periodo storico di Marano, segnato da tante, troppe ombre.
“Bertini non è stato un sindaco anticamorra – ha evidenziato il pm – il suo fare il sindaco nonostante la camorra era tutto un programma. Bertini ha mentito su tanti aspetti, ha cercato di portare l’acqua al suo mulino, negando o contraddicendosi, in maniera talvolta plateale. Ha tentato in tutti modi di spostare le attenzioni su altri. Ha visto quel che voleva vedere, denunciato la vicenda Pitocchi ma ha chiuso gli occhi su tutto ciò che lui ha consentito, talvolta nascondendosi dietro l’operato di tecnici e dirigenti comunali”.
Tutti gli imputati, naturalmente, sono da ritenersi ad oggi innocenti. Il collegio chiamato a decidere ha un lavoro immane da compiere. A parte i singoli episodi di natura corruttiva, ammessi tra l’altro dai Cesaro e da Simeoli Angelo, c’è da mettere ordine in un preciso momento e contesto storico. Ci ha provato oggi il pm Di Mauro, ci abbiamo provato noi con molti articoli di ricostruzione politica, storica e di condizionamento territoriale. Ma sotto il profilo giudiziario l’ultima parola spetta a loro, ai tre giudici del collegio aversano.
© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews

























