Coronavirus: lo sfogo degli avvocati: “Un dipendente del tribunale potrà esigere la tutela della propria salute, mentre un avvocato non può. Distorsione del sistema”

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Apprendiamo che attualmente, gran parte degli avvocati Campani affrontano il tema dell’emergenza da Covid-19 e al riguardo, lamentano l’assenza di diritti, per la loro categoria. Di seguito le loro motivazioni e il loro sfogo:
“Tra gli impatti nella vita reale dell’emergenza pandemica da COVID19 c’è stato il rimodularsi del rapporto persona/lavoro e delle dinamiche interne ai rapporti lavorativi. Alcuni paletti ermeneutici, di natura normativa, sono necessari.
L’art. 42, comma 2, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 convertito, con modificazione, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, ha stabilito che l’infezione contratta sul posto di lavoro va ricondotta alle tutele risarcitorie/previdenziali delle quali si fa carico l’Inail.
La norma in questione si inserisce, integrandolo, nel sistema dei Modelli di Organizzazione e Gestione dell’azienda redatti ai sensi del D.lgs. 231/2001.
All’esito della lettura congiunta delle due norme deriva l’obbligo datoriale di adottare adeguate misure che preservino il lavoratore subordinato dal rischio di venire a contatto con l’agente patogeno sul luogo di lavoro, il tutto nell’alveo dell’articolo 2087 cc, in materia norma di chiusura, che vuole la sicurezza del lavoratore bene di rilevanza costituzionale.
Ultimo corollario logico vede configurarsi in capo al datore di lavoro la responsabilità penale derivante dall’omessa attuazione di protocolli idonei a prevenire il rischio di contagio. Nel caso di specie, al di là di una non configurata responsabilità oggettiva derivante dal singolo contagio, il Pubblico Ministero dovrà indagare ed accertare il nesso causale colposo le omissioni datoriali e l’evento concreto verificatosi.
Poste le differenze tra impianto giuslavoristico privato e pubblico è evidente come la ratio della norma possa essere estesa in tutti quei contesti nel quale il lavoro subordinato viene prestato dai singoli individui.
Il caso dei Tribunali, nella sua complessità, propone ad ogni spirito critico severe riflessioni sulle asimmetrie che caratterizzano la macchina della Giustizia in Italia.
Quotidianamente in un Ufficio Giudiziario si intersecano le esistenze e gli interessi di diversi soggetti. Impiegati pubblici con contratto di lavoro subordinato, soggetti direttamente dipendenti da terzi (pulizie), uomini e donne delle forze di polizia, professionisti e utenti.
Di tutti i citati soggetti, solo i dipendenti hanno una tutela riconducibile alla normativa citata e ciò, dal punto di vista giuslavoristico è logico. Un dipendente del Tribunale potrà esigere la tutela della propria salute ed i responsabili della mancata attuazione delle norme antipandemiche, se colposamente responsabili, verranno per l’effetto imputati.
I Tribunali, però, sono luogo di lavoro anche per altri soggetti, in particolare per gli Avvocati che, nonostante siano estranei a logiche di lavoro subordinato, sono “costretti” a subire le decisioni (e le non decisioni) prese da terzi. È a questo punto che si evidenzia la distorsione esiziale del sistema. Una distorsione che solo chi non vuol vedere non considera. L’Avvocato paga a caro prezzo l’illusione della propria libertà e, con lui, la pagano le parti in causa. L’Avvocato, come le parti in causa, non potrà esigere alcuna tutela e nessuno pagherà per il suo eventuale contagio.
L’Avvocato, che l’attuale ectoplasma facente funzione (disfunzione) di Guardasigilli vuol porre “in costituzione” a panacea di tutti i mali, nonostante sia parte integrante della macchina somministratrice di Giustizia, dalla stessa e nella stessa è tenuto ai margini con ipocrita funzione consultiva nelle decisioni che involgono la propria professione ed esistenza.
A porre le regole del gioco nel quadro normativo vigente è la Magistratura che, attraverso i Presidenti dei Tribunali, stabilisce i protocolli. Eppure la Magistratura, teoricamente, dovrebbe essere su di un piano di parità con l’Avvocatura. Avvocati e Magistrati, nell’impianto logico e teleologico del sistema Giustizia, dovrebbero, ognuno per la sua funzione, garantire la giusta applicazione delle norme astratte ai casi concreti.
Al tavolo, naturalmente e giustamente, hanno, altresì, voce le rappresentanze del personale degli Uffici. La loro appartenenza al genus dei lavoratori subordinati li colloca in una posizione di privilegio che si esprime attraverso la dialettica sindacale. L’Avvocatura, parcellizzata ed incapace di rappresentarsi, non può vantare neanche questo.
Vi è di più. Economicamente, nel caso di blocco delle attività, l’Avvocatura è l’unica parte economicamente danneggiata e quindi ricattabile e ricattata.
L’utenza, come spesso accade, è carne da macello in un contesto che la vede subire tempi e modi di una macchina che definire inefficiente è eufemistico.
Il risultato è la vergogna alla quale si assiste quotidianamente nei Palazzi di Giustizia dove Avvocati ed utenti si trovano ammassati senza precauzione e tutela alcuna mentre Magistrati e personale di cancelleria si trincerano nei propri uffici come gli ultimi umani superstiti in una apocalisse epidemiologica”.
© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
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