Sono state rese note ieri le motivazioni dei giudici del Riesame sull’inchiesta che vede coinvolto l’ex sindaco Mauro Bertini e l’imprenditore edile Angelo Simeoli (nella foto in basso). Entrambi sono detenuti ai domiciliari da circa un mese e mezzo ed entrambi con l’accusa di corruzione aggravata in concorso. Reati (416bis1) tesi ad agevolare un’organizzazione criminale.

Per Bertini, in sede di Riesame, cadde il capo di imputazione relativo al concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici della decima sezione, chiamati a pronunciarsi sugli atti alla base dell’inchiesta coordinata dal pm Di Mauro, rilevano sul primo punto, ovvero il presunto concorso esterno da parte dell’ex primo cittadino, “che fra tutti i collaboratori di giustizia che hanno riferito circa i rapporti tra Mauro Bertini e Angelo Simeoli (ritenuto dai magistrati organico al clan, ndr), solo Roberto Perrone, Giuliano Pirozzi e Massimo Tipaldi hanno chiamato in causa, in vario modo, l’ex sindaco, ma le loro dichiarazioni non sono sovrapponibili”.
Pirozzi e Tipaldi avevano sottolineato in un passaggio che “l’elezione di Bertini fosse dovuta solo all’appoggio del clan Polverino, che attraverso i Simeoli, in quanto titolari di imprese edili, poteva disporre di un considerevole pacchetto di voti”. Voti gestiti non solo da Angelo Simeoli, alias “Bastone”, ma anche da un altro palazzinaro, Antonio Simeoli, cugino di “Bastone”, meglio noto come “Ciaulone”, già condannato e detenuto per altri reati.
Il riferimento dei due collaboratori è soprattutto alla tornata elettorale vinta dal Bertini (sostenuto da una coalizione di sinistra) nel 2001, quando si impose al ballottaggio contro il candidato Giuseppe Spinosa, a capo di un cartello elettorale di centrosinistra, anch’egli ascoltato dagli inquirenti. Per i giudici del Riesame il punto più debole delle risultanze investigative è però un altro: “I Simeoli – si legge in un passaggio delle motivazioni – sono ritenuti braccio operativo del clan e accusati di concorso esterno, pertanto non può sostenersi che Bertini sia stato agente esterno del clan con la mediazione di altri soggetti non affiliati”.
Ben più fondato, secondo i giudici, è invece il capo di imputazione relativo alle tangenti che sarebbero stato versate a Bertini. Il riferimento è all’affare Pip, il cui appalto fu vinto da una società dei fratelli Aniello e Raffaele Cesaro, da tempo ai domiciliari e rinviati a giudizio per quello specifico filone. “Il pagamento di una tangente dai Cesaro a Bertini – osservano i componenti del collegio – è un dato che risulta univocamente da tutte le fonti di prova acquisite ed è stata ammessa direttamente dai coinvolti. L’importo complessivo erogato a Bertini, 200 mila euro, non può essere messo in dubbio alla luce dei gravi e concordanti elementi indiziari”.
Sussistono nei confronti di Simeoli e Bertini, inoltre, gravi indizi di colpevolezza anche in relazione all’abbattimento della masseria del Galeota, al cui posto sorse un complesso residenziale. Giustificate, secondo i giudici, anche le esigenze cautelari, in quanto Bertini, seppur non più sindaco, anche di recente avrebbe tentato di condizionare (la storia del mercato ortofrutticolo di Marano) l’andamento amministrativo dell’Ente. Candidato sindaco nel 2018, Bertini si è dimesso dalla carica di consigliere di opposizione pochi giorni dopo il suo arresto. I giudici hanno inoltre chiarito che, contrariamente a quanto sostenuto dai difensori degli indagati, le ipotesi di reato non sono prescritte.
Sia il difensore di Bertini, l’avvocato Ivan Filippelli, sia i difensori di Simeoli che sia la pubblica potrebbero optare per un ricorso in Cassazione.
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