Erano almeno sei anni che al Comune, attraverso articoli di stampa e mozioni consiliari, venivano segnalate le irregolarità dell’area industriale. Ma il Comune, dopo sei anni, si è dato una mossa solo dopo l’irruzione dei carabinieri del Ros nei suoi uffici.
L’ente cittadino, ieri, ha emanato un’ordinanza per la chiusura dei capannoni, alla luce del precedente decreto di sequestro dell’arteria (non collaudata o collaudata con documenti ritenuti falsi dai pm ) notificato dalla Direzione distrettuale antimafia. Eppure dall’altro ieri nell’area di via Migliaccio, un po’ a piedi, un po’ con qualche altro mezzo, si continua ad accedere. C’è tolleranza, insomma, e va pure bene.
Si lavora ancora inoltre, nonostante l’ordinanza di chiusura, in un paio di capannoni (almeno fino a stamani) e anche questo lo comprendiamo. Sono comprensibili le rimostranze degli imprenditori e dei lavoratori, che si sentono truffati dalla Iniziative industriali di Sant’Antimo o che temono per il loro posto di lavoro. Hanno presentato un’istanza al giudice inquirente per ottenere un’attenuazione della misura di sequestro, che consentirebbe loro di rientrare negli stand e continuare ad operare. Legittima è la loro esasperazione ed è probabile che, già da lunedì’, otterranno l’agognata autorizzazione. Un tecnico della Procura, infatti, è già al lavoro per individuare la soluzione.
Tutto comprensibile, insomma, tranne l’atteggiamento del Comune. L’unico sconfitto in questa situazione è proprio l’ente di Marano, che non aveva nominato un tecnico di fiducia per i collaudi delle opere di urbanizzazione, lasciando incredibilmente l’incombenza alla società dei Cesaro, i cui vertici sono indagati dalla Procura di Napoli. In pratica chi doveva controllare era pagato dalla società costruttrice. Roba da Scherzi a parte, insomma.
In tanti anni il Comune, la politica (tutta), gli amministratori e i capi-bastone dell’area tecnica, non hanno mai preso una decisione (una) sul Pip. Hanno atteso, preso tempo, con fare e atteggiamenti in puro stile don Abbondio. Si sono lavati le mani, girati dall’altra parte, per quieto vivere, paura o per non dare fastidio a qualche loro “compariello” politico, un po’ come hanno fatto per tante altre vicende: capannoni abusivi che dovevano essere abbattuti e che ci hanno fatto perdere fiori di progetti europei, case abusive a ridosso di caserme e quant’altro.
E ancora oggi, nonostante l’avvenuto sequestro della strada, l’ordinanza sui capannoni e nonostante sul Comune penda l’alta probabilità di uno scioglimento per mafia, c’è qualcuno che si lamenta, che se la prende con i carabinieri che, a loro dire, “gli avrebbero scaricato il viaggio addosso”. E’ la solita solfa, il solito rimpallo di responsabilità tra vigili, tecnici e chi più ne ha più ne metta. Gente che è stata assunta con il classico “calcio” e che pure si lamenta se gli viene assegnato un compito.
Come testata giornalistica, esprimiamo tutta la solidarietà del caso ai lavoratori e comprensione verso alcuni imprenditori (non tutti, perché alcune flirtavano con certi personaggi), ma non ci sono parole per commentare l’operato dell’ente cittadino. In verità ce ne sarebbero, ma evitiamo di scriverle perché il senso è già fin troppo chiaro.
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