Salute. La verità sull’olio di palma

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L’olio di palma va guardato dall’alto. Dal cielo di Kuala Lumpur. Solo sorvolando le centinaia di migliaia di ettari di terra dedicati alla sua coltivazione si capisce che la Malesia è il fortino della produzione mondiale di questo alimento così controverso. Il secondo produttore al mondo dopo la vicina Indonesia: distese immense, campi regolari e simmetrici, belli come sono belle le colline del centro Italia inondate di olivi e di viti. Solo immensamente più grandi e produttivi: dalla Malesia parte il 39% dell’olio verso le industrie mondiali che producono cibo, dentifrici, detergenti, cosmetici e prodotti farmaceutici. Ed è su questo fortino in Asia orientale che si combatte l’assedio più cruento di tutti: quello del boicottaggio.

Da qualche anno infatti l’olio di palma è finito sul banco degli imputati con l’accusa infamante di essere il più dannoso tra gli ingredienti alimentari che arrivano sulle nostre tavole. Un’insinuazione portata avanti dai produttori di oli concorrenti, Ong in cerca d’identità e partiti politici orfani di battaglie ideologiche da combattere. Accuse («è cancerogeno», «causa il disboscamento del pianeta») che però non corrispondono al vero.

Eppure in Europa si è ormai creato un mito negativo duro da abbattere. «Non capisco per quale motivo ce l’abbiate tanto con la palma», dice Yusof Basiron, Ceo del Malaysian Palm Oil Council. «Qui migliaia di persone vivono grazie a questo settore economico che con i vostri boicottaggi rischia di avere ripercussioni non indifferenti». Già, perché per i malesi l’olio di palma è soprattutto fonte di sostentamento: tra industria e indotto lavorano più di 860mila persone per un mercato che vale 8,1 miliardi di dollari e si è espanso, appunto, a macchia d’olio. Nel 1960 il governo avviò una massiccia opera di conversione agricola nazionale dal caucciù alla palma. «Ora non possiamo più farne a meno», ammette candidamente Sabran, contadino di 67 anni, uno dei circa 300mila piccoli agricoltori che oggi possiedono il 40% dei terreni coltivati a olio di palma, con appezzamenti tra i 4 e i 40 ettari che producono circa 18 milioni di tonnellate di olio all’anno. Dal 1956 la Federal Land Development Authority (Felda), nata per aiutare lo sviluppo della aree rurali, organizzando i contadini in cooperative, ha trasformato le baracche nelle piantagioni in villaggi con case, negozi e luoghi d’aggregazione. Poi alcuni decenni fa gli agricoltori hanno comprato i terreni su cui lavoravano grazie a prestiti agevolati dallo Stato: un investimento che in 50 anni ha abbattuto il tasso di povertà dal 50% al 5%.

Il Giornale

 

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