Faida di Forcella, 21 anni a Mazzone

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A quanti secondi, minuti, ore, giorni e mesi corrispondono ventuno anni? Una enormità. Non è altro che la pena inflitta (in continuazione) al giovane Luca Mazzone, ritenuto affiliato al clan del capo Gennaro Buonerba di 23 anni. Gioventù bruciata. Una promessa mancata del calcio. Per un infortunio al menisco è ritornato a fare il garzone in un bar di Forcella. Ed ecco le sfortunate frequentazioni che lo hanno indotto a sbagliare. Il potere dei soldi facili. La storia si ripete. Nella misura cautelare il capo d’imputazione è concorso in omicidio perché Mazzone avrebbe dato il via libera all’assassinio di Salvatore D’Alpino e al ferimento di Antonio Caldarelli del cartello criminale rivale dei Sibillo.
In realtà, secondo il pm Woodcock, nelle conclusioni, il reale obiettivo era Antonio Napolitano detto ” ‘o nannone”.

I fatti
Era il 30 luglio del 2015. Davanti la famosa pizzeria Fortuna, in piazza Mancini (zona Maddalena), alle 18.40, quando avvenne l’omicidio in una giornata torrida. La vittima apparteneva alla famiglia rivale dei Buonerba: i Sibillo; quella che comunemente i racconti di cronaca nera le affibbiano l’appellativo della “paranza dei bimbi”. Intrecci criminali e alleanze tra vari gruppi camorristici dei quartieri del centro storico di Napoli per il controllo delle piazze di spaccio e le estorsioni. Da un lato le organizzazioni camorristiche di cui facevano parte i Giuliano, Amirante, Sibillo e Brunetti; dall’altro, appunto, i Buonerba (alleati dei Sequino della Sanità) soprannominati i “capelloni”.

Il loro fortino
I Buonerba, meglio noti come “i capelloni”, avevano in via Oronzio Costa, stradina a pochi passi da Castel Capuano sede del vecchio tribunale di Napoli, la roccaforte in cui spacciavano e architettavano omicidi. Una strada chiamata “la via della morte” perché fu ammazzato anche Emanuele Sibillo poco più che ventenne. Dunque, Luca Mazzone, difeso dall’avvocato Margherita Simeoli, proprio da un appartamento dei Buonerba si sarebbe affacciato da un balcone – non lontano dal luogo mortale – e avrebbe dovuto controllare se passavano le forze dell’ordine e le persone; dopodiché il commando composto da Antonio Amoroso, Luigi Criscuolo e Salvatore Mazio entrò in gioco. Il materiale probatorio è costituito da riprese delle telecamere per la sicurezza e dalle intercettazioni telefoniche.

Il processo, conclusosi nella terza sezione penale della Corte d’assise, è uno stralcio di un intero filone processuale riguardante il clan Buonerba; con rito abbreviato sono state emesse le sentenze lo scorso ottobre. Un lavoro di ricostruzione dei fatti svolto dai pm Enrica Parascandolo e Henry John Woodcock. Mancava all’appello solo Luca Mazzone perché la sua posizione – come è emerso nel dibattimento e su stessa ammissione del pm – era diversa dagli altri. Anche il Comune di Napoli è sceso in campo costituitosi parte civile. L’avvocato è Davide Diani e nel suo intervento ha riassunto con chiarezza l’azione dell’amministrazione De Magistris affermando che la lotta contro i poteri criminali è un dovere morale, istituzionale e politico. Infine, giusto per un ricordo storico recente, per Gennaro Buonerba, Antonio Amoroso, Luigi Criscuolo e Salvatore Mazio sono stati inflitti gli ergastoli; mentre trent’anni per Assunta Buonerba e Luigi Scafaro.

© Copyright Mario Conforto, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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