Arzano, la guerra interna al clan della “167”: struttura, arresti e accuse di un sistema criminale in trasformazione

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Più che una semplice operazione repressiva, il provvedimento della Procura restituisce l’immagine di un’organizzazione camorristica strutturata e dinamica, capace di mantenere il controllo del territorio anche durante fasi di forte instabilità interna. Al centro dell’indagine vi è il cosiddetto “clan della 167” di Arzano, ritenuto diretta emanazione della consorteria Amato-Pagano, operante nell’area nord di Napoli.

Gli arrestati e i ruoli nel clan

Secondo la ricostruzione accusatoria, risultano coinvolti – a vario titolo – i seguenti soggetti:

  • Salvatore Romano (detto “Sasi”), indicato come capo e promotore, referente sul territorio dei vertici detenuti;
  • Antonio Caiazzo, ritenuto organizzatore e tesoriere del clan;
  • Davide Pescatore, individuato come capo e promotore dopo la scarcerazione nel dicembre 2025;
  • Francesco Attrice, incaricato delle estorsioni e della custodia delle armi;
  • Mattia Rea, uomo di fiducia di Romano, con compiti operativi e di supporto armato;
  • Raffaele Silvestro, considerato fiancheggiatore stabile e fornitore di basi logistiche;
  • Salvatore Lupoli, coinvolto nelle attività estorsive;
  • Antonio Alterio, ritenuto uomo di fiducia della struttura organizzativa;
  • Umberto Lupoli, con funzioni di supporto alle attività illecite;
  • Vittorio Scognamiglio, addetto alla logistica e al reperimento di veicoli;
  • Pietroangelo Leotta, attivo nelle estorsioni.

Per alcuni indagati già detenuti (tra cui Renato Napoleone, Giuseppe Monfregolo, Gennaro Salvati, Andrea Olivello e Angelo Antonio Gambino) la contestazione è formulata ai fini della ricostruzione complessiva del sodalizio.

I reati contestati dalla Procura

Il quadro accusatorio è particolarmente grave e articolato. In primo luogo, a tutti gli indagati viene contestato il reato di associazione di tipo mafioso (art. 416 bis c.p.), aggravato:

  • dal ruolo di promotori e organizzatori per i vertici;
  • dalla disponibilità di armi;
  • dal finanziamento delle attività con proventi illeciti.

Accanto al reato associativo, emergono numerosi reati-fine che delineano la concreta operatività del clan:

Estorsioni aggravate dal metodo mafioso
Gli indagati avrebbero imposto il pagamento sistematico di somme di denaro a diversi esercizi commerciali del territorio di Arzano e comuni limitrofi. Le richieste, effettuate sfruttando la forza intimidatrice del clan, variavano da circa 100 a 500 euro mensili, con episodi documentati a danno di pizzerie, panifici, carrozzerie e attività di ristorazione.

Detenzione e porto illegale di armi
Alcuni indagati sono accusati di aver detenuto e portato in luogo pubblico armi da fuoco, anche con l’aggravante del metodo mafioso e della finalità di agevolare il clan.

Omicidio e tentato omicidio aggravati
Uno dei capi più gravi riguarda l’omicidio di Rosario Coppola e il tentato omicidio di Antonio Persico, avvenuti il 4 febbraio 2026. Secondo la Procura, l’agguato – maturato nell’ambito della faida interna al clan – sarebbe stato pianificato con premeditazione per colpire un esponente della fazione rivale, ma avrebbe causato la morte di una vittima innocente.

La faida interna: il vero elemento destabilizzante

L’indagine evidenzia come, a partire dal novembre 2025, il clan sia stato attraversato da una violenta frattura interna. L’estromissione di Salvatore Romano dalla posizione di comando ha innescato uno scontro armato con la fazione guidata da Davide Pescatore.

Questa contrapposizione ha trasformato il territorio in teatro di azioni violente, tra agguati, tentativi di omicidio e dimostrazioni di forza, culminate nei fatti di sangue contestati.

Conclusione

Il quadro delineato dalla Procura non descrive soltanto un’associazione criminale radicata, ma un sistema capace di rigenerarsi anche attraverso il conflitto. Gli arresti e le accuse rappresentano un passaggio cruciale nel tentativo di interrompere un meccanismo che unisce controllo economico, violenza armata e gestione del potere secondo logiche mafiose.

La vicenda del clan della 167 mostra, ancora una volta, come la camorra contemporanea non sia statica, ma attraversata da continui processi di ridefinizione interna, nei quali la violenza resta lo strumento principale di regolazione dei rapporti di forza.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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