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Ci sono sindaci che, quando arriva la commissione d’accesso, iniziano a tremare. Perché sanno com’è andata in passato: basta anche solo l’ombra lunga di un parente, un selfie sbagliato, una stretta di mano a una cresima, ed è subito scioglimento per condizionamento mafioso. Si chiamano “infiltrazioni”, anche quando si infiltrano solo nei titoli dei giornali e nei talk show del giovedì sera. Poi, però, ci sono altri sindaci che evidentemente hanno… il dono dell’invisibilità. O meglio, il dono dell’amicizia nei posti giusti. Tipo al Viminale. O in Prefettura.
Prendete ad esempio quel prefetto amico, anzi, “un amico” come cantava Venditti. Uno che magari i dossier delle commissioni d’accesso li ha letti, certo. Ma forse non proprio tutti. O forse solo i riassunti. O forse quelli con le evidenziazioni gialle fatte da qualcun altro. Magari quelli più “politici” che tecnici. Perché, a giudicare da come sono andate certe cose in provincia di Napoli, si direbbe che qualcuno ha confuso la Commissione antimafia con una commissione condominiale.
Giunte che in passato erano state sciolte – e pure in fretta – per motivi ben più leggeri (non certo mafiosi, ma comunque discutibili), oggi resistono come querce secolari. Altre, invece, palesemente attorniate da simpatici supporter noti alle forze dell’ordine più delle pizzerie aperte fino a tardi, restano beatamente in sella. Non c’è bisogno di rapporti organici con i clan – per carità, nessuno lo dice – ma oggi la mafia ha imparato a parlare con i colletti bianchi, con gli imprenditori amici, con gli “ambienti”. E in certi casi, diciamolo, gli “ambienti” somigliano più a un club esclusivo che a un consiglio comunale.
Ecco il paradosso. L’Italia delle regole variabili, della Campania dove si snocciolano dati sulla sicurezza come se bastassero i numeri a rassicurare chi vive tra rapine in motorino, spaccio h24 e intimidazioni a ogni latitudine. Dove l’ordine pubblico è un miraggio e la legalità resta una parola buona solo per le cerimonie. E mentre il cemento mangia tutto – territorio, coste, montagne – con la benedizione di politici esperti, imprenditori creativi e assessori col curriculum da geometri del potere, c’è ancora chi si salva dal giudizio, magari perché ha trovato… un amico.
Un amico che pesa, che conta, che magari non ha capito tutto quello che è successo, ma che ha deciso comunque di archiviare, chiudere un occhio, o magari due. Perché sciogliere un Comune oggi è affare serio, crea grattacapi, scontenta alleati, e vuoi mettere il fastidio di dover spiegare a Roma che la camorra esiste ancora?
E allora, per dirla tutta, i sindaci campani che l’hanno scampata non dovrebbero cantare “ci vorrebbe un amico”. Dovrebbero proprio mandare un mazzo di fiori. Al Viminale. O in Prefettura. Magari con un biglietto: “Grazie per aver creduto in noi. E per non aver letto fino in fondo”.

