Il calzaturificio Scopino, che da qualche tempo usufruisce di un capannone dell’area industriale di Marano, ottenuto grazie a un regolare contratto sottoscritto con il Comune, dovrà lasciare la struttura. Lo ha ribadito, con apposita ordinanza, la prima sezione civile del tribunale Napoli nord che si è pronunciato, nel merito, sul ricorso presentato dal Comune di Marano, difeso dall’avvocato Marciano, che contestava un precedente provvedimento impugnato dalla Iniziative industriali, la società che da tempo reclama la titolarità dei capannoni che l’ente cittadino ha dato in fitto ad alcuni privati. L’ente comunale, in sintesi, si era impossessato dei capannoni dopo aver rescisso il contratto con l’azienda dei Cesaro, attualmente interdetta per mafia.
La Iniziative era risultata vincitrice di un precedente ricorso, quando i giudici avevano dichiarato illegittima l’azione posta in essere dal Comune in relazione all’affidamento di un capannone all’impresa Scopino. L’ente cittadino, come fatto in altri casi, aveva ritenuto – in virtù dell’avvenuta revoca della convenzione con l’azienda dei Cesaro (per inadempienza contrattuale) – di poter entrare in automatico in possesso degli stand e di poterli, di conseguenza, dare in fitto agli imprenditori. I giudici di Napoli nord avevano chiarito che l’azione di spoglio del capannone dato a Scopino non poteva concretizzarsi con le modalità adottate a suo tempo (due anni fa) dal Comune. In un altro procedimento (capannone Trinchillo) i giudici non avevano rilevato – almeno in fase cautelare – l’illegittimità dell’azione posta in essere dal municipio.
Per Scopino, e forse per gli altri imprenditori che si trovano nella medesima situazione, cioè quelli che attualmente occupano capannoni pagando un canone di affitto (molto equo) al municipio, è una tegola pressoché definitiva. Sono state infatti ritenute corrette le tesi difensive formulate dall’avvocato Giuseppe Ferrara, legale di Iniziative industriali che da anni segue l’intricato caso. Il Comune di Marano, in sintesi, è proprietaria delle opere di urbanizzazione del Pip, confiscate a seguito di una sentenza penale, ma non poteva impossessarsi dei capannoni invenduti con le modalità adottate tre anni fa dall’ufficio tecnico e patrimonio. Le azioni andavano fatte in modo e tempi diversi, ma soprattutto comunicandole ai proprietari, ovvero Iniziative industriali, nelle modalità e tempistiche previste dalle norme in materia. Non mancano, nell’ultima ordinanza dei giudici di Napoli nord, anche le sottolineature alla non particolare efficacia della difesa posta in essere dal Comune di Marano, che perde un nuovo ricorso in sede civile.
Di recente, su una delle tante questioni infinite dell’area Pip, si era pronunciato anche il Consiglio di Stato in relazione al capitolo distanze non rispettate dai costruttori del complesso tra i capannoni e la strada di accesso al Pip. In quel caso i giudici amministrativi hanno avvalorato la tesi del Comune, che ritiene alcuni capannoni viziati da difformità urbanistiche. Difformità che, secondo il Consiglio di Stato, non sono sanabili. Di recente il Comune ha pubblicato un avviso per l’individuazione di tre tecnici in grado di collaudare le opere di urbanizzazione, che lo stesso ente, anni fa, definì non a regola.
In conclusione, Scopino dovrà restituire il capannone, il Comune è condannato al pagamento delle spese giudiziarie per un importo superiore ai 3mila euro, mentre restano in possesso del Comune le opere di urbanizzazione tra l’altro non collaudate a dovere, tanto che l’ente oggi cerca una terna di super professionisti per mettere ordine. Il caos, ad ogni modo, continua. E a chi fa gioco?
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