C’è una cifra che dovrebbe far riflettere sui conti della sanità: prevenire l’obesità costa 6 miliardi di euro, cioè mille euro a paziente. Curarla quando è una malattia conclamata ne costa 13,6: più del doppio.
Una sproporzione tale impone una domanda: Ozempic e Mounjaro, le punture del momento, potrebbero mai entrare tra i rimborsi del Servizio sanitario nazionale anche per trattare l’obesità, oltre che il diabete? Nessuno parla di un liberi tutti. Non si tratta di pagare le iniezioni a chi vuole smaltire cinque chili o un paio di cuscinetti poco estetici. Si tratta di una strada alternativa per i grandi obesi, in un Paese dove le persone con un peso patologico sono circa 6 milioni. Sotto stretto controllo medico ma più accessibili, semaglutide e tirzepatide, i principi attivi dei farmaci dell’anno, potrebbero persino aiutare a salvare i conti, riducendo malattie croniche e ricoveri legati al peso.
Secondo la Società italiana dell’obesità (Sio), rimborsare i medicinali anti peso costerebbe quanto già si spende oggi in diabetologia. Lasciare l’obesità senza cure, invece, presenta un conto molto più alto: i costi diretti, cioè le complicanze, e quelli indiretti, cioè la produttività persa. Per non parlare di accessi al pronto soccorso, di ricoveri e di disturbi cronici. I medici Sio propongono un cambio di prospettiva. Innanzitutto per rimborsare almeno il 25% dei pazienti a più alto rischio, circa mezzo milione di persone. Secondo una stima, l’investimento pubblico si ripagherebbe con oltre 1,6 miliardi di euro di spese sanitarie future evitate. A questo si aggiungerebbe un dato che arriva dagli Stati Uniti: tra i pazienti in cura l’occupabilità e le ore lavorate crescono del 27%: vuol dire meno ricoveri, meno giorni di malattia, più «ritmo».
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