Scioglimenti per camorra: perché tanti Comuni amministrati dalla sinistra? Gli errori di Tuccillo su Giugliano, i luoghi comuni e una legge da aggiornare

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Ogni giorno qualcuno interviene sul tema degli scioglimenti dei consigli comunali per infiltrazioni della criminalità organizzata. È un argomento delicato, che meriterebbe rigore e conoscenza delle norme e del funzionamento degli enti locali. Invece, troppo spesso prevalgono approssimazione, slogan e ricostruzioni imprecise.

Negli ultimi anni il fenomeno ha interessato soprattutto amministrazioni guidate dal centrosinistra. I casi di Marano, Villaricca, Castellammare di Stabia, Torre Annunziata, Caserta, Sarno e di numerosi altri Comuni campani dimostrano come l’attenzione di Prefetture e Ministero dell’Interno si sia concentrata prevalentemente su territori amministrati da quella parte politica. Non si tratta necessariamente di una responsabilità politica diretta, ma di un dato di fatto: chi governa un territorio diventa inevitabilmente il punto di riferimento anche per quelle aree grigie che cercano di condizionare la pubblica amministrazione.

Oggi la camorra non è più quella degli anni Ottanta e Novanta, quando l’infiltrazione passava prevalentemente attraverso il controllo diretto della politica. Come ha osservato anche il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, il problema è rappresentato soprattutto dalle “zone grigie”: rapporti opachi che possono riguardare amministratori, ma anche e soprattutto dirigenti e funzionari.

Ed è proprio qui che entra in gioco un elemento spesso ignorato nel dibattito pubblico. Dopo la riforma Bassanini, gran parte del potere gestionale è stato trasferito dalla politica alla dirigenza amministrativa. Sono dirigenti e funzionari a firmare appalti, determinazioni, autorizzazioni e provvedimenti amministrativi. Ciò non significa, però, che la politica sia priva di responsabilità. Al contrario. Sindaci, assessori e consiglieri hanno il dovere dell’indirizzo e del controllo. Quando emergono anomalie devono segnalarle, denunciarle e, nei casi previsti, promuovere procedimenti disciplinari nei confronti dei funzionari che operano in maniera opaca.

Per questo sorprendono alcune ricostruzioni pubblicate negli ultimi giorni. Bernardino Tuccillo, politico di lunga esperienza, oggi sulle pagine de Il Mattino ha sostenuto che Giugliano sarebbe stato sciolto tre volte per infiltrazioni mafiose. Non è così: il Comune è stato sciolto una sola volta ai sensi della normativa antimafia. Allo stesso modo, è errato affermare che le commissioni straordinarie possano amministrare un Comune per trenta mesi. La disciplina ordinaria prevede una durata di 18 mesi, con eventuali proroghe a 24 mesi solo nei casi e nei limiti stabiliti dalla legge. Su temi tanto delicati sarebbe opportuno evitare imprecisioni che finiscono per alimentare ulteriore confusione.

Il vero problema, infatti, non è mettere in discussione lo strumento dello scioglimento, che resta fondamentale nella lotta alle infiltrazioni mafiose, ma interrogarsi sulla sua efficacia.

L’attuale normativa presenta almeno tre grandi criticità.

La prima riguarda i funzionari. Nella maggior parte dei casi gli scioglimenti colpiscono gli organi elettivi, mentre dirigenti e dipendenti indicati nelle relazioni prefettizie continuano spesso a rimanere negli stessi uffici. È una contraddizione evidente: si sostituisce la politica, ma si lasciano al proprio posto coloro che gestiscono concretamente la macchina amministrativa.

La seconda riguarda le garanzie procedimentali. Sarebbe opportuno introdurre, come avviene per le interdittive antimafia, un vero contraddittorio preventivo prima dello scioglimento dell’ente. Consentire all’amministrazione di fornire chiarimenti e documentazione rafforzerebbe la solidità dei provvedimenti e garantirebbe un migliore equilibrio tra esigenze di legalità e tutela delle istituzioni democratiche.

La terza criticità riguarda le commissioni straordinarie. Troppo spesso vengono nominate figure che si limitano all’ordinaria amministrazione senza avviare una reale opera di bonifica degli enti. Servirebbero maggiore competenza, più coraggio amministrativo e un utilizzo molto più incisivo degli strumenti ispettivi, che consentirebbero di revocare appalti sospetti, riorganizzare gli uffici e trasferire funzionari coinvolti nelle relazioni prefettizie.

Infine, resta aperta la questione dei ricorsi davanti ai TAR e al Consiglio di Stato. I tempi della giustizia amministrativa sono spesso incompatibili con quelli della vita democratica di un Comune. Si arriva frequentemente a decisioni quando le commissioni straordinarie hanno ormai concluso il proprio mandato, rendendo il sistema inefficiente e poco credibile.

Lo scioglimento dei consigli comunali è uno strumento indispensabile nella lotta alla criminalità organizzata, ma dopo oltre trent’anni necessita di un aggiornamento profondo. Occorre colpire davvero i centri di potere amministrativo, rafforzare le garanzie procedimentali, rendere più incisiva l’azione delle commissioni straordinarie e accelerare il controllo dei giudici amministrativi. Continuare a discutere del tema con dati sbagliati o letture superficiali significa solo alimentare un dibattito sterile, senza affrontare i veri nodi che ancora oggi rendono il sistema incompleto.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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