Il numero, da solo, basterebbe a imporre una riflessione: 102 assolti su 181 imputati. Si è concluso così, davanti al tribunale di Vibo Valentia, il processo nato dalle maxi operazioni anti ’ndrangheta “Maestrale”, “Olimpo” e “Imperium”, avviate nel 2023 dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, all’epoca guidata da Nicola Gratteri.
Più della metà degli imputati, il 56 per cento, è uscita dal processo senza condanna. Cifre che non lasciano grandi margini di interpretazione e che accendono i riflettori sulla portata di questi maxi-processi. Come evidenziato dal Foglio, il caso di Vibo Valentia si inserisce in una lunga serie di grandi inchieste antimafia finite con esiti molto più fragili rispetto all’impianto iniziale. È già accaduto con “Marine” (125 arrestati su 3800 abitanti, solo 8 condannati e nessuno per mafia), con “Stige” (169 arresti e 100 assoluzioni), con “Rinascita-Scott”, con i procedimenti che hanno coinvolto la politica calabrese e l’ex governatore Mario Oliverio, poi assolto. È accaduto con inchieste finite nel nulla dopo anni, mentre nel frattempo imprese, carriere e vite personali erano già state compromesse.
Il problema, ovviamente, non riguarda la lotta alla mafia, che resta indispensabile, ma il metodo. Le maxi retate, costruite su numeri enormi e grande esposizione mediatica, danno l’immagine di uno Stato che colpisce duro, ma quando a processo più di un imputato su due viene assolto, quella forza rischia di apparire anche come approssimazione.
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