Processo Pip, l’analisi della sentenza: ecco perché i Cesaro sono stati assolti dall’accusa di concorso esterno

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A due giorni dalla lettura della sentenza sul processo Pip, a bocce ferme, si può ora tentare di azzardare un’analisi più esaustiva della vicenda e di quanto stabilito dai giudici di primo grado. Al netto di eventuali ricorsi e di future nuove interpretazioni (la presunzione di innocenza vale per i tre gradi di giudizio), la sentenza letta dal giudice Chiaromonte sembra aver centrato diversi aspetti.

  1. Perché non è stato dato il concorso esterno ai fratelli Cesaro? Perché i testimoni chiave della Procura, tra cui l’ex commercialista dei Cesaro Bruno Giuseppe, non sono stati per niente convincenti durante la loro escussione. Molti i non ricordo, diverse le contraddizioni.
  2. Se vero come è vero che i Cesaro (è quel che ritiene la Dda di Napoli) hanno realmente pagato tangenti ad alcuni politici di Marano e su questo filone si è aperto un altro processo, nel quale è imputato anche l’ex sindaco Bertini. E se la pubblica accusa, rappresentata dallo stesso pm del Pip, ovvero Maria di Mauro, ritiene che il Bertini abbia favorito con le sue condotte il clan Polverino e ricevuto tangenti dai Cesaro, come poteva essere giustificato un’eventuale condanna di concorso esterno dei Cesaro con il clan Polverino?
  3. I giudici, dunque, non potevano avallare l’ipotesi della Procura sul prospettato concorso esterno. Ma il giudice Chiaromonte e i suoi colleghi a latere hanno comunque stabilito che il Cesaro Aniello, con i suoi falsi ideologici in relazione ai collaudi del Pip, ha comunque favorito le attività di un clan. Ne era dunque consapevole pur non avendo stipulato alcun patto con la cosca. Questa condanna avrà un peso enorme anche per eventuali dispute di carattere amministrativo relativi alla titolarità dell’area e dei capannoni. Anche in questo caso i giudici hanno “giocato” di fino.
  4. Per quanto riguarda le posizioni di Di Guida Antonio e Oliviero Giannella, entrambi condannati per concorso esterno, risulta evidente che le loro responsabilità sono attinenti non tanto (anzi quasi per nulla) alla vicenda Pip ma alle società immobiliari oggetto di sequestro e ora di confisca. Società che avevano operato negli affari Villaricca, San Giovanni a Teduccio e Colli Aminei. E’ in quegli affari, secondo il collegio giudicante, che si rileva la contiguità di Giannella e Di Guida con ambienti della malavita.
  5. Infine, in relazione alle assoluzioni di Polverino Salvatore e Antonio Visconti, accusati del reato di fittizia intestazioni di beni, la sentenza sembra rispondente a quanto realmente emerso nel dibattimento. Bisogna sempre ricordarsi (ma questo vale per ogni processo e indagine) che esistono sempre due o più verità: verità storiche e sociali e verità giudiziarie. Per condannare una persona occorrono prove, che devono formarsi e concretizzarsi durante un dibattimento, in aula. Le chiacchiere, i rumors a poco servono in tal senso.
© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
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