Omicidio Amelio e le condanne all’ergastolo: ecco come i Polverino organizzarono l’agguato

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Ergastolo, dunque, per i cinque imputati. I giudici della prima sezione della Corte d’Assise di Napoli hanno condannato al carcere a vita Giuseppe Polverino, capo dell’omonimo clan, Salvatore Liccardi, alias Pataniello, Salvatore Simioli, meglio noto come ‘o Sciacallo, Salvatore Cammarota e Claudio De Biase, ritenuti a vario titolo mandanti ed esecutori dell’omicidio di Enrico Amelio, l’imprenditore edile di Mugnano vittima di un agguato il 10 ottobre del 2006. Amelio fu ammazzato dai sicari del clan Polverino nei pressi di una scuola di via Gioberti, nel comune di Quarto, dove risiedeva il fratello Salvatore.

L’uomo, avvicinato da De Biase, fu centrato da tre colpi alla gamba destra e una alla gamba sinistra. L’ultimo colpo, esploso da distanza ravvicinata, recise l’arteria femorale dell’imprenditore, provocandone la morte.

Dalle indagini eseguite dai magistrati della Dda di Napoli è emerso che Amelio fu ucciso perché un suo zio materno, Leonardo Tartaglia Carandente, era intenzionato ad acquistare alcuni terreni, in via Marmolito, nella zona del comune di Quarto a tutti nota come la “Macchia”, sui quali anche i Polverino avevano mostrato interesse. Era un business da tre milioni di euro che faceva gola al clan – egemone a Marano e Quarto – che non tollerò l’intromissione della famiglia del costruttore.

Amelio, prima che si consumasse il delitto, era stato avvicinato da alcuni sodali di Giuseppe Polverino, che lo sollecitarono a convincere lo zio a tirarsi fuori dall’affare. Non vi riuscì e per questo doveva essere punito, non con la morte ma – come ha rilevato il collaboratore di giustizia Roberto Perrone, referente per i Polverino nel comune di Quarto – “con una sonora lezione”. Perrone è stato ascoltato a più riprese dagli inquirenti e dai giudici, sia durante le fasi dell’indagine sia durante il dibattimento.

Il pentito raccontò di aver appreso dalla televisione della morte di Amelio, suo amico, mentre era in carcere e di avere parlato – in una fase successiva – di quella vicenda con il cognato Castrese Paragliola, sempre durante il periodo della sua detenzione.

“Fu Paragliola – riferì in videoconferenza Perrone – a confermarmi che ad uccidere Enrico Amelio erano stati gli uomini del clan Polverino”. Quella che doveva essere soltanto una “lezione”, una gambizzazione, si trasformò invece in un efferato omicidio. La punizione sarebbe stata sollecitata – sempre secondo quanto raccontato dal collaboratore di giustizia – da Nicola Imbriani, altro affiliato al clan Polverino (non coinvolto in questo procedimento giudiziario) e già destinatario di una condanna per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti.

“Uscito dal carcere approfondii la vicenda dell’omicidio Amelio. Seppi che Imbriani aveva chiesto a Giuseppe Polverino di dare una lezione ad Enrico, poiché quest’ultimo non era riuscito a convincere lo zio a non immischiarsi in un affare per l’acquisto di alcuni terreni nel comune di Quarto. Giuseppe Polverino accontentò Imbriani, che si era sentito offeso. Per l’organizzazione dell’agguato furono convocati anche Giuseppe Perrotta e Salvatore Liccardo”. La svolta investigativa arrivò nel maggio di tre anni fa, quando i carabinieri del nucleo investigativo di Napoli notificarono una ordinanza cautelare nei confronti di Salvatore Cammarota, elemento di spicco della fazione criminale, Gaetano D’Ausilio (collaboratore di giustizia), Claudio de Biase, Salvatore Liccardi, Giuseppe Polverino e Salvatore Simioli. In cinque sono stati condannati ieri dai giudici della Corte d’Assisi di Napoli.

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
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