Clan Gionta, al via l’esame del pentito Michele Palumbo

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L’esame del pentito Michele Palumbo, alias «Monnezza», da parte del pubblico ministero, durante l’udienza di ieri, nella quinta sezione penale della Corte d’assise del Tribunale di Napoli, presidente Alfonso Barbarano (a latere Anna Elisa De Tollis), è inziato con l’omicidio di Gaetano Pinto del 19 maggio 2007. Non pochi elementi suggestivi sono emersi. Palumbo, killer spietato della mala oplontina, è stato l’esecutore materiale. Ha fatto parte del clan Gionta dal 1985. L’imputato del procedimento in corso è Vincenzo Lucio, elemento delle famiglie ercolanesi Birra-Iacomino – coimputato è Lorenzo Fioto – accusato di aver partecipato al delitto e fu arrestato il 20 luglio 2015 (i difensori sono Chiara Carbonelli e Paolo Cerruti). Il ruolo affidatogli sarebbe stato quello di « recupero » del commando mortale.

Più volte nell’intervento, Palumbo ha affermato che subiva pressioni da parte della sua organizzazione affinché si compisse l’azione mortale. Un favore al clan alleato dei Birra-iacomino di Ercolano. «Non me la sentivo, non me la sentivo proprio di ammazzare quella persona ». In effetti  Pinto, affiliato al gruppo degli Ascione-Papale, usava come punto vendita di cocaina la sua piccola abitazione di Ercolano. C’erano sempre i bambini che giocavano nelle adiacenze e poi la presenza della moglie e delle sue amiche era costante.

Ma andiamo con ordine e rivolgiamo lo sguardo al passato. E partiamo dal movente. La cupola che reggeva all’epoca il clan Birra-Iacomino era rappresentata da Stefano Zeno e Vincenzo Oliviero; entrambi volevano a tutti costi vendicare l’uccisione del padre di Enrica Cordua detta Enrichetta. Lady camorra, la donna che comandava in via Pace o comunemente soprannominata « la cuparella ». Però perché fu ammazzato proprio Pinto? Quest’ultimo, secondo il pentito, partecipò all’omicidio di Giuseppe Infante (nel 2001) genero del boss Giovanni Birra.

Le riunioni per la pianificazione dell’omicidio avvenivano in una piccola stanza chiamata « sciù », il cui proprietario era Luca Langella. Lorenzo Fioto e Vincenzo Lucio, sempre secondo la versione di Palumbo, con una Fiat Panda di colore bianco lo andavano a prendere a Torre Annunziata anche per visionare la vittima e il luogo. « Il giorno prima dell’omicidio ci vedemmo a casa di Alfonso Agnello “chiò chiò” a Torre Annunziata; c’erano alcuni nostri affiliati, e non ricordo bene oltre a Fioto, Lucio se ci fossero anche Salvatore Viola “Tore” e Giacomo Zeno. Tuttavia ribadì che non ero molto convinto del lavoro che dovevo svolgere ». I dubbi del pentito continuano.

Il motorino usato dall’accompagnatore Gioacchino Sperandeo (del clan Gionta) fu dato da Luca Langella. Sulle armi (due pistole CZ) il collaboratore non ricorda se furono messe a disposizione da Zeno o Viola. Il delitto avvenne nel pomeriggio. Palumbo fu condotto, nell’abitazione di Pinto, da Aniello « ‘o Ferraro » con l’inganno di acquistare dieci grammi di cocaina. Anche perché quest’ultimo conosceva la vittima. L’automobile era scura e la parcheggiarono in una traversa accanto all’abitazione. Una volta entrati Palumbo tirò fuori le armi. «Avevo però difficoltà a vedere perché la stanza piccola era quasi buia e così ho sparato per farmi luce. Poi l’ho visto in un angolo e ancora altre botte fino ad ammazzarlo. Prima di uscire sparai l’ultimo colpo per accertarmi che fosse morto ». Intanto « ‘o ferraro » non voleva che avvenisse l’assassinio infatti urlò e poi scappò.

La sera stessa si festeggiò con un brindisi a casa di Gemma Donnarumma, moglie del super boss Valentino Gionta, a cui avrebbero partecipato il figlio Pasquale, Enrica Cordua, Vincenzo Lucio, Fioto Lorenzo, Gennaro Longombardi e Umberto Onda.

 

Mario Conforto

© Copyright Mario Conforto, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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