Politici sono sempre inclini a cambiare idea. Bersani era contrario alle preferenze, ora le chiede. Forza Italia era favorevole alle riforme (che ha anche scritto), ma dopo l’elezione a presidente di Sergio Mattarella ha cominciato a votare contro e ora fa campagna per il no. Il M5s era favorevole alle unioni civili a pacchetto completo, adozione compresa, con tanto di voto degli iscritti due anni prima. Ma in Parlamento – per ragioni di metodo – ha ritirato il sostegno al testo e ha costretto i democratici a fare un accordo al ribasso con Ncd. Per Matteo Salvini Stefano Parisi era l’uomo giusto per vincere a Milano, ora definisce il suo modello “perdente”. Gli esempi sono sterminati e si moltiplicano quando si tratta di chi governa per un tempo ragionevole.
Delle precisazioni di Berlusconi dopo dichiarazioni strampalate sono pieni gli archivi delle agenzie di stampa. Ora che a Palazzo Chigi c’è Matteo Renzi il test tocca a lui. Tutto è cominciato con la più celebre delle giravolte, diventato ormai motto di uso comune: “Enrico stai sereno”. Come è andata a finire lo sappiamo. Ma d’altra parte una volta, alla Leopolda, disse: “La sinistra che non cambia idea si chiama destra”. E ancora, in studio da Vespa: “se entro settembre non paghiamo le imprese della PA andrò a piedi a San Sicario”. E poi quella urlata, sempre a Porta a Porta, alla senatrice Binetti: “E’ ora di finirla con governi tenuti in piedi dai cambi di casacca, chi non è in linea con il partito per cui è stato votato, si dimetta e vada a casa”. Altra chicca quella su Alfano: “Non può far parte del mio prossimo governo”.
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