L'analisi. Roma e Torino hanno rottamato il rottamatore

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Se fossimo stati al posto di Matteo Renzi, ieri mattina avremmo preso di buon ora un treno ad alta velocità dalla Stazione Termini, saremmo arrivati a Milano Centrale e ci saremmo diretti di buona lena, con cornetto e caffè in mano, a casa di Giuliano Pisapia, per dargli un forte abbraccio e dirgli “grazie”. Perché se oggi il Governo e il PD hanno perso la faccia, ma non le poltrone lo devono a lui e alla sua amministrazione, al modo in cui hanno guidato il capoluogo lombardo per cinque anni, alla direzione che hanno saputo dare ad una città chiave per il Paese, unica a resistere in maniera dignitosa alla crisi e al malaffare dilagante in Italia.

Beppe Sala, fortunatamente per lui, lo ha capito in tempo, trasformando la sua immagine in brevissimo tempo. Da “uomo Expo” scelto e designato dal Premier a erede dell’ex sindaco di Milano, unica figura capace di non vanificare gli sforzi compiuti negli anni dai suoi predecessori. Si è discretamente allontanato da Renzi e dalla sua reputazione di manager “fighetto” della Milano bene, avvicinandosi a quella di chi ha governato la città con poca ideologia e tanta sostanza. Lo ha fatto giusto in tempo per conquistare quei 264.481 voti che gli permetteranno di entrare a Palazzo Marino dalla porta principale, lasciando al rivale Stefano Parisi (247.052 voti, 48,3%) l’onere e l’onore di aver perso con dignità.

Torino invece è un’altra storia. Brucia più di Roma, fa male più di Napoli perché sotto la Mole Antonelliana non c’è nessuno a cui dare la colpa, non c’è un capro espiatorio che possa giustificare un recupero degno di entrare nella lista delle più clamorose rimonte elettorali del Paese. Non c’è Ignazio Marino che tenga, non ci sono Mafia Capitale e le “classiche debolezze” partenopee a giustificare quanto accaduto. Piero Fassino (45,4%, 165.880 voti) ha svolto il suo compito senza scandali, polemiche o storture. Non ha fatto nulla, in questi cinque anni, che lasciasse presagire i numeri del ballottaggio, la perdita di 11 punti percentuali e una sconfitta che probabilmente gli causerà qualche incubo notturno. Eppure è stato “rottamato” da una città che ha dimostrato di voler cambiare dopo 22 anni di amministrazioni monocolore. Una sorte che va ben oltre i confini locali, un voto che ha più destinatari: Fassino, il Partito Democratico, Matteo Renzi.

Torino ha rottamato il rottamatore, lo ha ufficialmente trasformato in leader della tradizione, proprio lui che due anni fa si era presentato come “il volto del cambiamento” . Renzi e Fassino hanno perso perché rappresentano la “solita politica”, che magari può ancora tenere i conti in ordine, ma che non risponde più alle esigenze di un Paese in crisi. Onore al merito di Chiara Appendino (54,56%, 202.764 voti), che nel corso degli ultimi mesi ha saputo presentarsi come il nuovo che piace a tutti, al “popolo” e all’establishment, una figura che rappresenta allo stesso tempo la rottura del cliché che spesso è stato incarnato dai candidati a 5 Stelle del passato. Onesta come loro, ma anche preparata, sobria e rigorosa a differenza loro.

Torino inoltre dà un’indicazione per il prossimo futuro che il Premier non può più ignorare. Il vento è cambiato davvero e se l’elettorato di centrodestra è chiamato a scegliere, non sceglie lui e lo fa in maniera compatta, insindacabile e anche impietosa. Lo fa nonostante le politiche attuate a livello nazionale fossero volte a conquistare un’ampia fetta di elettori moderati, nonostante i tentativi di allargamento a destra e i “partiti della nazionale”, nonostante gli ammiccamenti e le larghe intese.

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© Copyright Redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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