Gentile dottore, da tempo ho sposato una donna veramente bella, che viene ammirata ovunque andiamo e che tutti mi invidiano, anche gli amici più cari. Sono convinto che la parte che mi piace di più di lei è proprio il suo aspetto avvenente, che non può passare inosservato, e infatti mi piace moltissimo se si veste in modo succinto e se si propone in modo sexy. So che tutti la guardano quando usciamo, ma il mio piacere a mostrarla supera quella punta di gelosia che pure provo, quando scopro che gli sguardi sono insistenti e sono seguiti da commenti. Faccio a mia moglie molte effusioni in pubblico, mentre in privato sono freddo, cosa che mi viene rinfacciata. Mi rendo conto che la sua bellezza compensa la mia insicurezza, poiché non mi considero affatto una persona attraente, né lei mi fa sentire tale. In effetti in privato mi tratta sempre malissimo, e io non posso che provare dei sensi di colpa, per come la esibisco e, in fondo, la mostro come un oggetto, da ammirare nella sua perfezione. I nostri figli, un maschietto e una femminuccia adolescenti sembrano vivere in maniera distaccata il nostro modo di essere coppia. La cosa che tende a farmi riflettere è il mio senso di viltà, che in alcuni momenti mi prende e mi chiedo se questo che provo è vero amore o solo un senso di possesso, un esercizio di potere.
Claudio (San Giorgio a Cremano)
Cosa si nasconde in questo bisogno di trasmettere la propria vita intima allo sguardo degli altri? La vita non è uno spogliarello continuo, non è pensabile di offrire tutto al vaglio e al giudizio del pubblico. Questa è la logica voyeuristica simile a quella del mondo virtuale; è la logica del selfie, dove ci si fa cogliere nel profilo ideale, quello che “immortala” il momento, secondo come si vorrebbe essere. Un click, un mi piace, dà il visto per essere più in pace con se stessi, perché sono gli altri ad approvare quello che si fa, o ad ammirare la propria corporeità. Un’approvazione che passa attraverso lo sguardo diretto ad ammirare l’altro come fosse un oggetto, privandolo della sua dimensione più profonda, quella emotiva, come se fosse qualcosa da considerare solo nelle fattezze della forma (che diventano come una natura morta). Lo sguardo accompagna i primi momenti di sviluppo relazionale, affettivo: l’empatia, considerata come il riconoscersi nelle emozioni dell’altro, passa attraverso questo. Uno sguardo fatto di ammirazione diventa presupposto di riconoscimento della propria esistenza, animandola con aspetti desideranti ed emozionanti. E’ quello che succede agli innamorati, che passano ore a guardarsi, riconoscendosi nell’altro, mentre il contrario succede quando si tende ad usare l’altro a fini strumentali, facendolo diventare un oggetto tra gli oggetti, nel mondo, esponendolo anche allo sguardo di coloro che possono considerarlo solo in quanto inanimato. Se inanimiamo la vita, come possiamo considerare questo amore se non amore per la morte?
Raffaele Virgilio, psicologo e psicoterapeuta
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