
Hai perso le elezioni? Te ne devi andare. Punto. Come nelle migliori tradizioni della sinistra, rissosa o meno, il Pd è pronto a dare il benservito (definitivo?) al suo ex leader. È pronto il ribaltone anti-Renzi, che non ha più la maggioranza interna. Come mai? Semplice: Gentiloni, Veltroni, Franceschini, Fassino, che stavano in maggioranza, hanno abbandonato l’ex rottamatore e, assieme a Orlando della minoranza, chiedono a gran voce il congresso subito subitissimo.
Hanno un bel dire, i renziani, che «Matteo non c’entra con la sconfitta elettorale, si è già fatto da parte», la rappresentazione che ormai passa è che Renzi c’è ancora, continua a comandare anche se non governa più, insomma, per dirla con Boccia, un altro degli anti, «va archiviata la stagione renziana». Con l’ex leader è rimasto Orfini, che resiste e resiste facendo presente che «non si risolvono i problemi del Pd con le conte ai gazebo». Se le cose prenderanno la piega che hanno preso, alla prossima assemblea nazionale del 7 luglio verrà archiviata anche la reggenza di Maurizio Martina a favore invece della convocazione del congresso straordinario.
C’è anche stato il tentativo di arrivare a un compromesso, una sorta di armistizio interno, che prevedeva la conferma di Martina eletto finalmente segretario a tutti gli effetti (magari con Luca Lotti vice, secondo qualche voce circolata) che traghettasse il partito fino al congresso da tenere però, con maggiore tranquillità, o prima delle Europee, se il clima interno fosse pacificato, o dopo, nel caso di belligeranza prolungata. Una mediazione che è venuta meno anche per la scarsa convinzione dei renziani, «così non reggiamo, la situazione non richiede compromessi, ma iniziativa», sicché Martina appare pronto a passare dalla parte dei ribelli, se già non lo ha fatto.
























