Nell’istituto penitenziario di Bancali, una frazione a 8 chilometri da Sassari, a 29 dall’aeroporto di Alghero, nella parte nord ovest della Sardegna, ci finiscono solo i super boss, quelli che negli anni non si sono mai piegati neanche per un momento allo Stato e che hanno deciso di scontare in silenzio la loro pena, che quasi sempre è all’ergastolo o a condanne che superano i venti anni. Entrano nel supercarcere completato solo nel 2015, costruito appositamente con 96 celle destinate al regime «super duro» e che è occupato adesso da 26 camorristi, trasferiti dagli altri penitenziari nel giro di pochi mesi, uno dopo l’altro. Senza clamore, guardati a vista, caricati su voli speciali e scortati da venticinque agenti armati. La struttura è intitolata a un agente della polizia penitenziaria, Giovanni Bachiddu, ucciso nel 1945 mentre tentava di fermare un’evasione. E non è un nome scelto a caso. Nel nuovo penitenziario nessuno può evadere o anche solo pensare di farlo. Ci sono mura di cemento armato alte 20 metri e la struttura è blindata con triple protezioni. Ma non solo, ci sono regole molto stringenti per far si che non si possano passare ordini all’esterno in nessun modo.
Le celle dove sono reclusi i napoletani — quelle destinate ai boss più pericolosi — sono al centro della struttura, disposta a nido d’ape, come un alveare, dove ogni corridoio non si incrocia con l’altro ed è lungo solo cinquanta metri. A perpendicolo e che affacciano su altre tre celle. Una struttura studiata appositamente per evitare gli «inchini» al passaggio del boss di turno o scambi di comunicazioni e ordini di morte. Ogni capoclan ha la sua ora d’aria e socialità in un piccolo cortile videosorvegliato con solo altri tre padrini che sono di regioni diverse, senza nessun contatto tra loro. Il mondo dei super boss napoletani inizia e finisce lì. Nelle stanze blindate di 12 metri quadrati, senza finestre, ci sono i riscaldamenti ma non i climatizzatori, un letto, un armadio, un gabinetto, un lavabo. Ogni stanza ha un accesso in una saletta dove hanno i colloqui una volta al mese con i loro familiari, dietro un vetro blindato e parlando al citofono. Accanto c’è un televisore per i collegamenti in videoconferenza con le aule di giustizia dove si celebrano i processi nei quali sono imputati. Nessuno più sarà trasferito.
I cancelli della sezione «incubo» del Bachiddu sono stati inaugurati da Leoluca Bagarella, il padrino corleonese, cognato di Totò Riina, responsabile di decine di omicidi, ed è stato il primo a protestare duramente contro gli agenti di polizia penitenziaria che sorvegliano il blocco detentivo del supercarcere. La stessa sorpresa che ha accolto gli altri 89 detenuti, convinti di essere trasferiti come di routine e invece sono finiti dietro i cancelli del carcere. Lì è stato “spedito” il padrino di «Gomorra-La serie» Raffaele Amato, lo spagnolo, che nella fiction era Salvatore Conte. Non c’è invece il suo nemico giurato Paolo Di Lauro, mentre c’è suo cognato Raffaele D’Avanzo. Presente invece Antonio Mennetta, el Niño, boss dei «girati» della Vanella Grassi. Tra gli uomini di calibro è «ospite» Eduardo Contini ’o Romano, al vertice dell’Alleanza di Secondigliano. C’è Michele Mazzarella, figlio di Vincenzo, per anni al comando di Forcella. Giovanni Aprea, capoclan di San Giovanni, soprannominato punta di coltello, per la sua capacità di usare le lame: è nel padiglione nord. Il super boss di Marano Giuseppe Polverino, alias ‘o Barone, è nel lato est del penitenziario, vicino a Rocco Morabito, capo della ’ndrangheta. La lista è lunga: nel super carcere ci sono Giovanni Birra, lo spietato killer di Ercolano; Francesco Bidognetti, Pasquale Zagaria, fratello di Michele e Vincenzo Schiavone detto Sandokan. Antonio De Luca Bossa, ergastolano di Ponticelli con aderenze anche a Pianura è stato trasferito da poco, così come Ciro Minichini, del quartiere di Barra.
Fonte Il Corriere
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