Camorra ed estorsioni, chiesti 18 anni per il boss Cimmino

0
Condividi
1.264 Visite

Diciotto anni di carcere per aver riorganizzato il clan puntando a controllare affari e territorio nella zona collinare della città: è questa la richiesta di condanna formulata per Luigi Cimmino, boss del Vomero, arrestato l’ultima volta a marzo scorso dopo un breve periodo di latitanza in Veneto. Al termine della requisitoria, il pm della Dda Enrica Parascandolo ha chiesto la condanna anche per i presunti fedelissimi di Cimmino: dieci anni di reclusione per Luigi Festa e Pellegrino Ferrante, nove anni per Raffaele Montalbano e otto anni per Pasquale Palma, genero del boss.

In aula il pm ha ripercorso le fasi cruciali delle indagini, ha ricostruito nel dettaglio i fatti al centro delle accuse e ha posto l’accento sulla speranza di restituire il Vomero alla parte onesta dei napoletani. Il processo si svolge con rito abbreviato dinanzi al giudice Lucarelli.

Le accuse contestate sono a vario titolo di associazione a delinquere di stampo camorristico e tentata estorsione. Un collaboratore di giustizia ha raccontato agli inquirenti il progetto del boss che, uscito di galera per fine pena dopo anni di reclusione, tornò nella sua zona, tra il Vomero e l’Arenella, con l’obiettivo di «mettere tutti in ginocchio» e riprendere così il controllo degli affari illeciti. Estorsioni soprattutto ma anche, secondo il neo collaboratore di giustizia Mario Lo Russo, i business legati agli appalti in alcuni ospedali cittadini. Nella prossima udienza la parola passerà alla difesa: nel collegio, gli avvocati Giovanni Esposito Fariello, Guido De Maio, Riccardo Ferone, Dario Vannetiello, Onofrio Annunziata.

La sentenza è attesa tra un mese. Il processo nasce da un’inchiesta, coordinata dalla Dda napoletana e svolta dai carabinieri, che arrivò a una svolta un anno fa anche grazie alle intercettazioni di un’amante gelosa che consentì agli 007 dell’Antimafia di raccogliere elementi sul conto degli indagati. Il 20 luglio dello scorso anno scattarono le manette anche per il boss Cimmino, che fu salutato da una folla di parenti e conoscenti radunatisi per l’occasione davanti alla caserma. Successivamente il Riesame annullò il provvedimento e rimise in libertà il capoclan che riuscì a far perdere le proprie tracce fino all’arresto di marzo a Chioggia, nel Veneto.

Il nome del boss resta indirettamente legato a una delle pagine più tristi della storia della nostra città. Il 17 giugno 1997, a salita Arenella, ci fu un agguato il cui obiettivo avrebbe dovuto essere un affiliato al clan Cimmino ma nella traiettoria dei colpi esplosi dai killer finì, per un tragico terribile errore, una giovane mamma, Silvia Ruotolo, madre dell’attuale assessore comunale Alessandra Clemente.

Il Mattino

© Copyright Redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
  • Fascinated
  • Happy
  • Sad
  • Angry
  • Bored
  • Afraid

Commenti