Il dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Morosini, (una materna, quattro elementari e due medie che stanno in quattro dei sestieri del centro storico) ha firmato per primo due circolari, una rivolta al corpo docente l’altra ai genitori, sulla vicenda del «panino a scuola», vicenda scaturita dalla sentenza del Tar di Torino. Per primo, almeno a Venezia, il preside Roberto Bareton fornisce indicazioni sul comportamento che i primi e i secondi devono tenere negli istituti che dirige di fronte alla liberalizzazione del pasto, che solo qualche mese fa – prima della sentenza torinese – non era permesso. Prima, infatti, nelle scuole munite di mensa, l’unica alternativa per i genitori i quali non desideravano che il figlio usufruisse del pasto fornito dall’amministrazione era quello di andarsi a prendere il piccolo e riportarlo a scuola dopo il pranzo. Adesso, invece, i genitori possono fornire il pasto al figlio, che può portarlo da casa e mangiarlo a scuola, assieme agli altri compagni.
Il dirigente Bareton, nella circolare rivolta ai docenti, detta due condizioni: tutti i bambini devono mangiare, chi il pasto fornito dall’amministrazione chi quello portato da casa, e tutti devono farlo assieme, all’interno della mensa, sotto il loro controllo. Il preside, infine, informa i genitori che è loro la responsabilità di ciò che i loro figli mangiano, almeno per quelli che si portano il pasto da casa. Per tutti gli altri, invece, la responsabilità è dell’autorità scolastica (probabilmente l’Asl avrebbe da ridire su questo, sostenendo che tutto ciò che avviene nella mensa, compresa la qualità del cibo, ricade sotto la responsabilità del dirigente scolastico).
Le due circolari arrivano a sette giorni dall’apertura dell’anno scolastico e sono state sollecitate dall’intervento di alcuni genitori della Diaz, che già dai primi giorni di scuola, inviando lettere ed e-mail, avevano chiesto chiarimenti sulla questione da parte del preside. Ad una prima loro sollecitazione, Bareton aveva risposto che la sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Piemonte riguardava Torino e non il Veneto. A loro volta i genitori avevano sostenuto che non era così, che in questo modo si calpestava un loro diritto costituzionale. Nella lettera, uno di loro intimava addirittura al dirigente scolastico di permettere la consumazione del panino altrimenti avrebbe fatto appello ai carabinieri. I genitori lamentavano soprattutto la mancanza di trasparenza nel senso che in questa prima settimana di scuola il preside non aveva risposto alle loro sollecitazioni e aveva evitato di chiarire se potevano o meno fornire ai figli il pasto da casa. Altri, poi, contestano il prezzo da pagare ad Ames: 4,25 euro ogni giorno, che per chi ha due figli diventano 8,50. In un mese la cifra è considerevole: più di 150 euro.
La «libertà di panino» sbarca anche alle scuole medie di Truccazzano, dove da questa settimana è possibile rinunciare, comunicandolo, al pasto in mensa e optare per panino o «schisceta» casalinghi. Consumabili nei locali della scuola e sotto sorveglianza ma non nel locale refettorio, dove resta proibito introdurre alimenti diversi da quelli forniti dal gestore.
La novità è stata ufficializzata a Truccazzano dopo le richieste di alcuni genitori, una non semplice trattativa e con a margine alcune polemiche. Fra i fautori accaniti il consigliere di minoranza Cornelia Di Finizio, che aveva accusato il sindaco di aver «ostacolato in ogni modo» l’iniziativa. A lei risponde il primo cittadino Luciano Moretti.
«Non ho mai ostacolato niente – dice – si è solo dovuto trovare soluzione al problema pratico, che c’era, c’è e potrebbe riproporsi nel caso le richieste di non consumare il pasto in mensa aumentino». E ancora: «Il pranzo in mensa con menu comune è stata sino ad oggi una scelta educativa, frutto anche di anni di educazione alimentare a scuola. Se si vuole mutare rotta, si diano però chiare indicazioni ai Comuni».
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