Reddito di cittadinanza campano, Fico accelera: un miliardo di dubbi tra conti pubblici e lavoro

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Il reddito di cittadinanza in versione campana torna prepotentemente al centro del dibattito politico. Dopo essere stato evocato da Roberto Fico durante la campagna elettorale, il progetto entra ora in una fase più concreta. La giunta regionale della Campania, infatti, sta lavorando a un disegno di legge per introdurre una misura regionale di sostegno al reddito destinata ai nuclei familiari esclusi dalle attuali misure nazionali.

Secondo quanto emerso nelle ultime ore, esiste già una bozza del provvedimento, seguita direttamente dal presidente della Regione, che dovrebbe essere perfezionata e successivamente approvata dal Consiglio regionale. Il primo passo politico è arrivato con la mozione presentata il 30 giugno dal gruppo del Movimento 5 Stelle, prima firmataria la consigliera Elena Vignati, che impegna la giunta a predisporre in tempi brevi una proposta organica.

L’impianto della misura richiama da vicino il vecchio Reddito di cittadinanza: sostegno economico integrato con percorsi di formazione, orientamento al lavoro, tirocini e progetti di utilità collettiva, affidando agli Ambiti Territoriali Sociali la presa in carico dei beneficiari. I destinatari sarebbero le famiglie residenti in Campania che, pur vivendo in condizioni di povertà o vulnerabilità, restano escluse dall’Assegno di Inclusione e dalle altre misure statali.

Si tratta di un’impostazione che riprende anche la proposta presentata nel 2024 dal Movimento 5 Stelle, che prevedeva un assegno di 400 euro mensili per il beneficiario principale e 200 euro per ogni componente oltre il secondo del nucleo familiare.

Il progetto, tuttavia, ripropone tutte le criticità che hanno accompagnato l’esperienza del Reddito di cittadinanza nazionale. Nato con l’obiettivo di ridurre la povertà e favorire l’occupazione, il sussidio si è trasformato in una misura dal costo molto elevato per lo Stato, senza incidere in maniera significativa sui livelli occupazionali, soprattutto nel Mezzogiorno. Le politiche attive del lavoro sono rimaste il vero punto debole dell’intero sistema, mentre non sono mancati casi di abusi e irregolarità che hanno ulteriormente alimentato le polemiche.

Il nodo principale riguarda oggi la sostenibilità finanziaria. Una misura regionale di queste dimensioni potrebbe richiedere risorse vicine al miliardo di euro l’anno, una cifra estremamente impegnativa per il bilancio della Regione Campania. La stessa mozione del Movimento 5 Stelle indica come possibile copertura il Fondo Sociale Europeo Plus, insieme a eventuali risorse statali e fondi regionali. Ma si tratta di risorse destinate anche a finanziare occupazione, formazione, inclusione sociale e altri interventi strategici. Destinarne una quota consistente a un sussidio permanente rischierebbe inevitabilmente di comprimere altri investimenti.

La questione non è soltanto contabile, ma anche culturale. Un sostegno economico può rappresentare uno strumento utile nelle situazioni di emergenza sociale, ma difficilmente può sostituire una politica di sviluppo economico. Il rischio è quello di rafforzare una logica assistenzialistica che, anziché incentivare l’ingresso nel mercato del lavoro, finisca per scoraggiarlo, soprattutto nei territori dove l’occupazione è già fragile e caratterizzata da salari bassi.

L’esperienza del Reddito di cittadinanza ha mostrato come, in diversi casi, il sussidio abbia finito per ridurre la convenienza economica ad accettare lavori poco retribuiti o stagionali, contribuendo ad alimentare squilibri nel mercato del lavoro. Senza un forte sistema di controlli e soprattutto senza un tessuto produttivo capace di creare nuova occupazione stabile, anche il nuovo progetto campano rischia di trasformarsi in un trasferimento economico permanente piuttosto che in un reale strumento di inclusione.

La Campania continua a registrare tassi di disoccupazione tra i più alti d’Italia, soprattutto tra giovani e donne. È una realtà che richiede risposte strutturali: attrazione di investimenti, sostegno alle imprese, infrastrutture efficienti, formazione realmente collegata alle esigenze produttive e politiche industriali capaci di creare occupazione. Affidare la risposta principalmente a un nuovo sussidio rischia invece di ripercorrere una strada che il precedente nazionale ha già dimostrato essere insufficiente per risolvere in modo duraturo il problema della povertà e della mancanza di lavoro.

Il disegno di legge dovrà ora chiarire requisiti, importi, coperture finanziarie e modalità di controllo. Solo allora sarà possibile valutarne concretamente la sostenibilità. Ma il dibattito è già aperto: da una parte chi considera la misura indispensabile per sostenere le fasce più deboli, dall’altra chi teme l’ennesimo intervento assistenziale destinato a gravare sui conti pubblici regionali senza produrre un reale incremento dell’occupazione.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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