Bombe e intimidazioni contro figure simbolo della lotta alla camorra sarebbero state utilizzate dai clan come strumento per colpire i rivali e alleggerire la pressione investigativa sui propri affari. È quanto emerge dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pietro Cristiano nell’ambito dell’inchiesta della DDA di Napoli che ha portato a decine di arresti tra Arzano, Melito e Caivano.
Secondo il pentito, la bomba esplosa nei pressi della parrocchia di don Maurizio Patriciello al Parco Verde di Caivano non sarebbe stata diretta contro il sacerdote, ma avrebbe avuto lo scopo di attirare l’attenzione delle forze dell’ordine sulle piazze di spaccio controllate dai clan rivali. Una vera e propria “strategia della tensione” in salsa camorristica.
Nello stesso contesto si inserirebbe anche la vicenda dei manifesti mortuari con la foto del comandante della polizia municipale Biagio Chiariello. Cristiano ha ammesso di aver organizzato l’intimidazione non per minacciare direttamente l’ufficiale, ma per aumentare la pressione su un gruppo criminale avversario.
Le rivelazioni del pentito delineano uno scenario inquietante: colpire sacerdoti, amministratori e uomini delle istituzioni impegnati contro la criminalità per condizionare gli equilibri tra clan e influenzare l’attività investigativa sul territorio.
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