“L’ultimo anno l’ho vissuto con trepidazione”, racconta Ligabò in un’intervista a La Repubblica, spiegando di aver riposto piena “fiducia in questi nuovi inquirenti e investigatori”. Una fiducia che aveva vacillato dopo aver visto il figlio in carcere: “Dopo la condanna del 2014 la fiducia nella giustizia è venuta a traballare. Ma questa Procura ha lavorato in modo eccellente”. Per lei, gli elementi raccolti contro Sempio “sono forti” e alimentano la speranza di vedere Alberto libero. “Spero fin dal 2007. Non potevo accettare quello che stava succedendo ad Alberto. L’ho sempre detto: se solo avessimo avuto, sia io sia mio marito, il minimo sospetto che fosse stato lui, io personalmente lo avrei preso e portato dai carabinieri”. La vicenda ha attraversato tribunali e processi mediatici, ma non ha incrinato il legame tra madre e figlio: “Ci siamo dati forza l’uno con l’altra. Forse Alberto ne ha data più a me, anche se non era fisicamente presente”. Oggi, con la possibilità di incontrarsi più spesso, quel rapporto resta intatto: “Lui è sempre lo stesso. Certo che la vita ci ha messo a dura prova”.
Ligabò rievoca anche la giovane vittima: “Veniva a casa nostra, anche se non spessissimo. E poi in quella al mare, quando andavano insieme. Erano due ragazzi stupendi”. Ricorda l’ultima volta in cui Chiara bussò alla porta, nel luglio 2007: “Aveva una gonnellina rossa e una maglietta bianca. Sorridente, felice di andare a trovare Alberto”. E aggiunge: “Chiara è sempre nei miei pensieri e nelle mie preghiere. E so che lei da lassù ci sta proteggendo”. Quando le viene chiesto dal giornalista di La Repubblica se abbia un messaggio per la famiglia Poggi, Ligabò preferisce non rispondere: “Preferisco di no”. Una distanza che resta anche nei confronti dei familiari di Sempio: alla domanda del giornalista, la donna si porta una mano alla bocca e tace.




























