ESCLUSIVA. Clan Polverino, ecco le motivazioni dell’assoluzione di Del Core e delle pene ridotte per Cappuccio e Marchesano

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Non solo l’assoluzione di Nicola Del Core, ma un ridimensionamento complessivo delle accuse: la Corte d’Appello di Napoli, nelle motivazioni, chiarisce punto per punto perché molte posizioni sono state riviste.

Per Del Core, il passaggio è netto: pur vivendo a contatto con ambienti legati al clan Polverino, non è stata provata una partecipazione stabile. Le attività contestate – come la consegna di denaro ai familiari dei detenuti – sono state considerate episodiche e svolte per conto del cugino, non dell’organizzazione. Anche la sua presenza a un summit di camorra non è bastata: nessun intervento, nessuna prova di un ruolo attivo. Da qui l’assoluzione piena.

Diverso il discorso per Armando Del Core e Ciro Cappuccio. I giudici riconoscono che ricevevano denaro proveniente dal clan, ma non è stato dimostrato che lo facessero per rafforzare l’organizzazione. Mancando questa finalità, è caduta l’aggravante mafiosa: le pene sono state quindi ridotte a 4 anni di reclusione.

Per Salvatore Cappuccio, esclusa l’aggravante, è arrivata la prescrizione del reato: il tempo trascorso ha cancellato la punibilità.

Capitolo a parte per Michele Marchesano e Luigi Esposito. La Corte ha escluso un’altra aggravante, legata al presunto reinvestimento dei proventi illeciti in attività economiche dominanti sul territorio. Secondo i giudici, non è stata dimostrata la forza economica tale da controllare il mercato. Accolta quindi l’intesa tra accusa e difesa: pene ridotte a 10 anni per Marchesano e 7 anni e 4 mesi per Esposito.

In sintesi, la Corte conferma l’esistenza e l’operatività del clan Polverino, ma traccia una linea chiara: la vicinanza o i contatti non bastano, servono prove concrete di un ruolo attivo e della volontà di rafforzare l’organizzazione. Dove queste prove non ci sono, scattano assoluzioni o riduzioni di pena.

allunga un poco arricchendola di qualche fatto captazioni in carcere

Titolo: Clan Polverino, ecco le motivazioni: assolto Del Core, sconti di pena e intercettazioni decisive

Non solo l’assoluzione di Nicola Del Core, ma un ridimensionamento più ampio dell’impianto accusatorio: la Corte d’Appello di Napoli, nelle motivazioni, ricostruisce il quadro chiarendo perché alcune posizioni sono state alleggerite o riviste dopo il passaggio in Cassazione.

Il caso Del Core: “Contiguità non è appartenenza”

Per Del Core i giudici sono chiari: viveva in un contesto familiare e ambientale legato al clan Polverino, ma non è stata raggiunta la prova di una partecipazione stabile. Centrale è il tema delle “mesate”, i soldi destinati ai detenuti.

Dalle intercettazioni emerge che la moglie di un affiliato arrestato si lamentava per la mancata consegna del denaro, indicando Del Core come possibile responsabile. Ma la Corte ribalta la lettura: quelle conversazioni dimostrano che il vero referente era il cugino Raimondo, mentre Del Core agiva al massimo come semplice incaricato occasionale.

In alcuni dialoghi captati in carcere, lo stesso detenuto invitava i familiari a rivolgersi direttamente al cugino per chiarimenti, segno che Del Core non aveva autonomia né un ruolo riconosciuto nel sistema. Perfino i sospetti di essersi trattenuto i soldi per sé vengono letti come indice della sua marginalità: chi è davvero interno al clan non viene messo in discussione in quel modo.

Altro elemento chiave riguarda le intercettazioni dei colloqui in carcere, dove il padre Armando Del Core invitava il figlio a trovarsi un lavoro e tenersi lontano da guai giudiziari, proprio mentre cercava di nascondere i legami ancora attivi con l’organizzazione. Un contesto che conferma la vicinanza ambientale, ma non prova l’affiliazione.

Anche la presenza di Del Core a un summit del clan, documentata da videoriprese ai Camaldoli, non è bastata: la sua voce non compare mai, e anzi uno dei presenti chiede se “Nicola il piccoletto” fosse andato via. Per i giudici, potrebbe aver semplicemente accompagnato un parente senza partecipare realmente alla riunione.

Da qui la conclusione: assoluzione perché il fatto non sussiste.

Cappuccio e Del Core Armando: niente aggravante mafiosa

Per Ciro Cappuccio e Armando Del Core, la Corte riconosce che ricevevano denaro dal clan, ma cambia la prospettiva: non è stato dimostrato che lo facessero per rafforzare l’organizzazione.

Le intercettazioni in carcere mostrano detenuti informati sugli equilibri interni e capaci di commentarli, ma non impegnati a impartire ordini o a contribuire attivamente. Il denaro, secondo i giudici, era percepito come sostegno personale, non come parte di una strategia condivisa. Esclusa quindi l’aggravante mafiosa, con pene ridotte a 4 anni di reclusione.

Per Salvatore Cappuccio, esclusa l’aggravante, è intervenuta la prescrizione.

Marchesano ed Esposito: meno peso alle attività economiche

Infine, per Michele Marchesano e Luigi Esposito, la Corte ha escluso l’aggravante legata al controllo economico del territorio.

Secondo l’accusa, il clan avrebbe imposto un monopolio nella fornitura di alimenti e influenzato aste giudiziarie. Ma i giudici sottolineano che non è stata dimostrata con certezza una struttura economica così forte da dominare il mercato, né il reinvestimento sistematico di capitali illeciti.

Accolto quindi l’accordo tra accusa e difesa: pene ridotte a 10 anni per Marchesano e 7 anni e 4 mesi per Esposito.

La linea della Corte

Nel complesso, la sentenza conferma l’esistenza e l’operatività del clan Polverino, ma introduce un principio chiaro: la vicinanza al contesto criminale non basta. Servono prove concrete di un ruolo attivo e della volontà di contribuire alla forza dell’organizzazione.

E dove queste prove non emergono – come nel caso di Del Core – la risposta è l’assoluzione.

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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