1.517 Visite
Entra nel vivo il processo di primo grado sul presunto sistema di mazzette e favori che avrebbe coinvolto un carabiniere infedele, accusato di aver agevolato gli affari del clan della 167 di Arzano. Dopo l’arresto avvenuto lo scorso marzo, il procedimento si celebra con rito abbreviato davanti al gip Campanaro.
Nel corso dell’ultima udienza, il pm della DDA di Napoli, Caputo, ha avanzato le richieste di condanna. La pena più pesante è stata chiesta per Giuseppe Improta, ex luogotenente della tenenza di Arzano, per il quale il pubblico ministero ha invocato 9 anni e 2 mesi di reclusione.
Richieste severe anche per i presunti esponenti del clan Amato-Pagano, Giuseppe e Mariano Monfregolo, per i quali sono stati chiesti rispettivamente 8 anni e 6 mesi e 8 anni e 9 mesi. Per Aldo Bianco, quarto imputato, la richiesta è di 7 anni e 10 mesi.
Secondo l’accusa, Improta avrebbe ricevuto dal clan uno stipendio mensile di 1.000 euro, oltre a regali e utilità varie, in cambio di informazioni riservate su indagini e operazioni delle forze dell’ordine. Tra i benefici contestati figurano abiti, bottiglie di vino e interventi di manutenzione su abitazioni e autovetture di famiglia.
L’inchiesta ha avuto un percorso complesso: inizialmente archiviata nonostante le intercettazioni, ha trovato nuovo impulso con le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pasquale Cristiano e del padre Pietro, ritenuti riferimenti del clan nella zona. Le loro testimonianze avrebbero confermato la presunta disponibilità del militare tra il 2015 e il 2023.
Nelle prossime udienze la parola passerà alle difese, chiamate a contrastare un impianto accusatorio che la Procura definisce solido.

