
Un provvedimento che solleva molte perplessità, non soltanto per il suo tempismo, ma anche per le implicazioni che ne derivano sul piano istituzionale”. Le parole del ministro della Cultura Alessandro Giuli sull’avviso di garanzia inviato dalla Procura di Roma alla premier Giorgia Meloni, ai ministri Nordio e Piantedosi e al sottosegretario Mantovano per “favoreggiamento” e “peculato” per la liberazione del libico Almasri riassumono al meglio l’umore che si respira nel governo e nel centrodestra: quello di un attacco con “tempismo sospetto“, partito tra l’altro da un procuratore, Francesco Lo Voi, che quando era a Palermo imbastì il processo Open Arms contro Matteo Salvini.
“Vergogna vergogna vergogna – tuona il leader della Lega -. Lo stesso procuratore che mi accusò a Palermo ora ci riprova a Roma con il governo di centrodestra. Riforma della giustizia, subito!”. L’altro vicepremier Antonio Tajani, numero 1 di Forza Italia, parla di scelte, quelle delle toghe, che “suonano come una ripicca per la riforma della giustizia”. Due sono i concetti-chiave che tornano nelle dichiarazioni dei vari esponenti della maggioranza: “Avanti con la riforma della giustizia“, come sottolinea anche Maurizio Lupi, capo di Noi Moderati, e il “noi non siamo ricattabili” con cui la stessa Meloni ha concluso il video-messaggio con cui ha annunciato all’Italia l’avviso di garanzia ai suoi danni.

























