L’editoriale della domenica. Il processo Pip. I Cesaro, i Polverino e quel che non è mai stato chiarito. Un’inchiesta importante ma incompleta

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E’ notizia di qualche giorno fa della promozione del magistrato Giuseppe Borrelli, per anni procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, nominato capo della Procura di Salerno. Abbiamo già scritto in un precedente articolo che Borrelli è stato tra i magistrati – in qualità di pm – che ha più indagato sulla città di Marano e sui clan che per decenni hanno avuto un ruolo egemone. Lo ha fatto anche da procuratore aggiunto, ovvero da coordinatore di indagini seguite e approfondite negli ultimi 4-5 anni dal pm Maria Di Mauro, tra le poche ad aver assestato colpi a ripetizione (e in pochi anni) contro le potenti cosche locali.

Tra le inchieste coordinate da Borrelli (e portata avanti proprio dalla Di Mauro) va segnalata e ricordata quella sull’area Pip di Marano, un’inchiesta che ha avuto una risonanza in ambito regionale perché tra gli indagati (poi imputati) figurano gli imprenditori Aniello e Raffaele Cesaro, fratelli del senatore forzista Luigi, anch’egli imputato in un processo (voto di scambio) nato a margine dell’inchiesta Pip.

Il processo si sta celebrando ormai da due anni (primo grado) presso il tribunale Napoli nord. Il collegio è presieduto dal giudice Francesco Chiaromonte, che in corso d’opera ha sostituito il giudice Giuseppe Cioffi, ex pretore di Marano.

Nel corso di questi due anni e passa abbiamo seguito quasi tutte le udienze, letto le carte, le ordinanze che portarono all’arresto dei due fratelli Cesaro, dell’imprenditore e politico maranese Antonio Di Guida, del tecnico Oliviero Giannella (oggi tutti ai domiciliari) e di altri soggetti attualmente a piede libero.

Qualche riflessione, dopo tanti anni di “osservazione” sul campo, al netto di ciò che decideranno i giudici, può essere già abbozzata. Il progetto Pip, nato da un’idea dell’amministrazione Bertini verso la fine degli anni Novanta, con gara messa a bando e conclusa tra il 2004 e il 2005, offre una validissima chiave di interpretazione di cosa sia accaduto a Marano negli ultimi 25 anni. La città, che prima di allora era stata sotto l’influenza del clan Nuvoletta e di una classe politica in gran parte annientata dallo scioglimento per camorra avvenuto nel 1991, era “passata” (ci lasci passare il termine) intorno al 1992-1993 sotto la “gestione” del clan Polverino (traffico di hashish e attività edilizie in primis) che sul territorio, tra l’altro, era forte della rassicurante presenza di imprenditori del mattone (alcuni già condannati in secondo grado) a loro affini e politici alle dirette dipendenze di questi ultimi.

Il Pip, che secondo la Procura sarebbe frutto di un accordo tra imprenditori (i Cesaro nel caso di specie) e il clan Polverino, può essere considerato a giusta ragione l’emblema di ciò che accadde in quegli anni in cui Marano subì una fortissima speculazione edilizia e vide realizzarsi progetti (come la realizzazione della palazzina accanto al convento francescano o l’abbattimento della masseria del Galeota, ma i casi da citare sarebbero tanti) poi finiti nel mirino della magistratura.

Allo stato dei fatti, ritornando alla questione Pip, non possiamo sapere con certezza se e cosa fecero i Cesaro per accaparrarsi l’appalto per la realizzazione dell’area industriale di via Migliaccio. Se vi furono accordi di natura camorristica, come sostiene la pubblica accusa, o se i Cesaro – portati in qualche modo a Marano da imprenditori locali a loro in qualche modo vicini – furono costretti poi a subire i diktat delle forze criminali egemoni in quegli anni, che avrebbero imposto loro (è questa parte della tesi difensiva) di dare il dovuto al clan, pagare tangenti a politici del territorio e di utilizzare (calcestruzzo ad esempio) materiale fornito da ditte affini ai Polverino. I Cesaro, sempre secondo la tesi della pubblica accusa, avrebbero ottenuto una mano e avuto un ruolo allorquando fu nominato come dirigente dell’area tecnica Gennaro Pitocchi, che in pochi giorni sbloccò i permessi di costruzione dei capannoni, le cui richieste da tempo giacevano negli uffici comunali.

Cosa sia realmente accaduto in quegli anni, al netto delle tesi della Procura e di ciò che hanno riferito i pentiti, Roberto Perrone in primis, lo stabilirà naturalmente il collegio giudicante. I Cesaro si dichiarano “vittime” e ribadiscono che fu il Comune, da un certo un punto in poi, a mettere loro i bastoni tra le ruote e a rallentare l’iter (forse su sollecitazione di qualche influente politico) per la realizzazione del complesso industriale. La Procura, invece, è di tutt’altro avviso e sostiene la tesi che i Cesaro furono soci (in quell’occasione) del clan Polverino.

Una riflessione giornalistica, tuttavia, riteniamo possa fin da ora essere fatta. Se il Pip è un’opera pubblica, commissionata a suo tempo dal Comune di Marano, che ha quindi dovuto avallare scelte, nomine, sbloccare stati di avanzamento lavori, anche attraverso atti compiuti da amministratori e da dirigenti dell’ufficio tecnico, com’è possibile che nel processo che si sta celebrando, alla voce imputati, non figuri un solo politico, amministratore pubblico o tecnico o ex tecnico o dirigente del Comune di Marano?

Anche dando per buona la ricostruzione della Procura (e lo ripetiamo sarà poi il collegio giudicante a scrivere la parola fine su ciò che accadde), se accordo malavitoso ci fu tra i Cesaro e i Polverino, tale patto non poteva non necessitare di mano o più mani all’interno dell’ente comunale. Se il ragionamento è questo, allora bisogna far luce sui seguenti aspetti: chi avrebbe favorito i Cesaro? Chi si sarebbe prestato a nominare consulenti o dirigenti a loro contigui o vicini? Chi li avrebbe aiutati e poi ostacolati? Chi li avrebbe aiutati, invece, nella seconda fase, quando furono sbloccate le licenze?

Tutto ciò non poteva essere fatto (ammesso che la ricostruzione sia corretta) solo dalla camorra. La malavita, per raggiungere lo scopo, non poteva fare tutto da sola; non poteva firmare atti, concessioni o indirizzare questo o quel procedimento amministrativo. Lo avrebbe dovuto fare qualcuno (di importante) a quel tempo funzionale al sistema ma all’interno degli uffici comunali. Quel qualcuno, insomma, poteva essere indagato per concorso esterno in associazione mafiosa?

Sono questi aspetti, non certo secondari, sono questi personaggi interni alla pubblica amministrazione (ad oggi a piede libero), al di là delle eventuali responsabilità in capo agli imputati, che mancano nel processo Pip. Gli inquirenti (con ogni probabilità) ne sono al corrente, ma forse non sono riusciti (per una serie di ragioni, tra cui la mancanza di tempo) ad approfondire tutto e a portare sul banco degli imputati coloro che avrebbero tramato e lavorato per favorire un disegno criminoso.

 

 

 

 

 

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
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