Acqua, condoni, case popolari, spese allegre. Ecco cosa è successo in 25 anni al Comune di Marano e quante risorse non sono state incassate

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Com’era quella vecchia storia? Che il Comune non era in grado di emettere le bollette dell’acqua perché gli uffici erano oberati di lavoro e tutto doveva essere esternalizzato, affidato ai privati. Questa litania, ripetuta per tre anni dall’ex dirigente del Comune Claudia Gargiulo, oggi in servizio al Comune di Napoli (ma se Napoli dichiarerà il dissesto, tornerà, ahinoi, a Marano) e confermata dal responsabile del settore tributi Paolo D’Auria, è una delle tante cause che ha portato l’ente sull’orlo del crac, che nei giorni scorsi  si è visto bocciare il proprio piano di riequilibrio pluriennale dalla Corte dei Conti. Situazione che, salvo sorprese derivanti da nuovi ricorsi, obbligherà i commissari a dichiarare il dissesto finanziario.

Ebbene per tre anni e mezzo il Comune non ha incassato un centesimo dal servizio idrico e già a quel tempo, ci riferiamo al 2013-2014 (periodo in cui l’ente prese accordi con la Corte dei conti per mettere un argine al debito), la situazione era disastrosa. La giunta Liccardo, che pure aveva avviato un piano di risanamento, la dirigente Gargiulo e i suoi sottoposti – nonostante le condizioni di pre-dissesto o comunque di strutturale deficitarietà del municipio – fecero spallucce e si permisero il lusso di non incassare (per tre anni ) milioni di euro che potevano essere utilizzati per ripianare parte dell’ingente debito, prodotto perlopiù dalle giunte Bertini e Perrotta. Liccardo, che non ha peggiorato il debito strutturale dell’ente, non ebbe però la forza di agire contro la dirigente comunale, non si impuntò e si fidò di maldestri collaboratori. Quelle mancate entrate hanno spinto la triade commissariale attualmente in carica e il dirigente Bonino ad accorciare i tempi per l’emissione delle vecchie bollette, che sono arrivate nei mesi scorsi nelle case dei cittadini. Una pezza per ovviare alle infauste scelte compiute in quegli anni. Ma com’è che prima non si poteva e oggi invece sì? Com’è che all’epoca gli uffici non riuscivano in ciò che adesso, al netto di qualche inevitabile errore di calcolo, si è riusciti a fare?

E come è stato possibile che qualcuno abbia consentito ai privati, ai palazzinari di ottenere licenze edilizie e permessi di costruzione senza aver completato i pagamenti degli oneri richiesti? E’ stato possibile grazie a una delibera consiliare dell’aprile del 2007, che autorizzava gli utenti ad ottenere la rateizzazione dei pagamenti. Si pagava una rata, si presentava una fidejussione (in alcuni casi pezzotto), si ritirava il titolo edificatorio e nessuno controllava se il resto dei soldi entrava in cassa. Quante entrate ha perso il Comune? Chi doveva controllare le polizze? Chi doveva accertarsi del completamento dei pagamenti? La Ragioneria, l’ufficio tecnico comunale, i dirigenti?

Ma sui soldi non entrati si potrebbe scrivere un libro. Sono vent’anni che si parla delle case popolari. Di chi ci vive dentro, in molti casi senza alcun titolo, e delle cifre ridicole che versano (se le versano) all’Ente. Com’è che in tutti questi anni non solo non si è riusciti a cacciare coloro che non hanno il titolo, ma nemmeno ad innalzare i canoni di fitto?

E che dire, poi, delle 4 mila famiglie allacciate abusivamente alla condotta idrica comunale. Era così difficile incrociare i dati, verificare le utenze elettriche e stanare gli evasori, i furbetti? Parliamo di soldi, tanti soldi che non entrano. Mistero anche su questo versante.

E come mai, solo quest’anno, si è riusciti a recuperare soldi dai parchi morosi, quelli che per 15-20 anni non avevano sborsato un euro, recuperando la bellezza di circa 1 milione di euro. Avete idea di cosa sia un milione di euro moltiplicato per 20 anni?

Se il Comune è in default o si avvia al dissesto la colpa è dei personaggi, politici, funzionari e dirigenti, che hanno giocato – dagli anni Novanta al 2015 – sulla pelle dei cittadini onesti, chiudendo gli occhi sui potenti (palazzinari e notabili dei grandi parchi) e determinando lo sconquasso delle finanze comunali. Se a questo ci aggiungiamo le spese per premi di produttività (sanzionati dalla Corte dei Conti), le assunzioni border line, le spese allegre per consulenti esterni, le mansioni superiori affidate a dipendenti che hanno poi trascinato in tribunale l’ente, le migliaia di piccole cause perse dall’ufficio legale, i contratti capestro firmati con alcune ditte, il mancato pagamento di debiti (Acqua Campania, De Vizia, Beghelli, Sapna e tanto altro, tutti di epoche antecedenti a Liccardo) che risalgono all’età della pietra. Beh, se vi fate due calcoli si capisce perfettamente che il Comune è stato scientemente mandato al macero e, con ogni probabilità, in dissesto. Oggi la situazione è migliorata rispetto a qualche anno fa: ci sono maggiori entrate e meno spese, soprattutto spese allegre o pazze. Ma ancora paghiamo scotto per tutto quanto fatto tra la metà degli anni Novanta e il 2014. La Corte dei conti non ha tenuto conto dei recenti miglioramenti, delle scelte adottate dall’ultima triade commissariale, che potrebbe far ancor di più (sul fronte degli incassi) se non vi fossero zavorre interne e se qualcuno, all’interno della stessa triade o tra i sovraordinati, si fidasse meno dei soloni e agisse contro la grande platea di evasori di ogni genere. Non c’è solo l’acqua, c’è tanto altro.

Un dato è certo: chi ha sbagliato deve pagare, anche se occorrerà attendere, visto che i tempi della Corte dei conti sono lenti, lentissimi. Intanto si inizi a fare quel mimino di “pulizia” all’interno degli uffici. Almeno questo.

 

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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