Per una congiunzione astrale del calendario solare e per una ben più terrena del calendario di Serie A il Sor Carlé fa 80 anni proprio di domenica (19 marzo). Giorno sacro per uno che di domenica non ne ha mai passata una a casa accanto a quella santa donna di Maria Pia. Se non quando ha deciso di ritirarsi in pensione. Carletto Mazzone è un caro, vecchio zio che viene direttamente dagli anni 70 e 80 ma ha resistito sulla breccia tutto sommato fino a poco tempo fa. Sono stati anni straordinari, quelli, grandiosi, opulenti, esagerati. Ma anche più umani, casarecci, disinvolti, splendidamente provinciali, meno globalizzati e intensamente popolari. Tempi di grandi uomini e di grandi storie. Chiamateli pure dinosauri, ma io ad esempio andavo matto per King Kong e Godzilla.
Carletto Mazzone è l’icona di se stesso – il ritratto di un capitano di ventura, uno straordinario Brancaleone degli stadi – ma soprattutto l’icona di un’epoca trascorsa velocemente, travolta improvvisamente dalla modernità, dalla tv via satellite, dal mondo che ti entra in salotto, dai tatuaggi, dalle creste, dallo star system dei calciatori, dalle moviole istantanee, dagli arbitri collegati via radio, dai tablet che misurano le cose più assurde del pallone. Mi immagino oggi dove manderebbe il Sor Carlé, che viene dalla strada e dalla gavetta, un match analyst che si presentasse con la “mappa di calore” di Totti o Baggio: “Ahoooo, ma va, va…!
Carletto Mazzone, romano trasteverino nella parlata, fisicamente esuberante e gesticolante, splendido attore dialettale alla Mario Brega, non sarebbe mai esistito se non fosse esistita la provincia. E cioè quel fantastico mondo di opportunità, ambizioni, rivalità di paese, piccoli vizi, rivalse, lontananze, ricchezze, gelosie che è appunto la provincia italiana, contrapposta all’Italia metropolitana. Se a Torino c’è Trapattoni, se a Milano ci sono Rocco, Sacchi ed Herrera, se a Roma ci sono Liedholm, Capello e l’algido Eriksson, se a Napoli c’è l’ombroso ma spietato Ottavio Bianchi – tutti cavalieri di un calcio ricco e potente, con alle spalle le grandi famiglie e i grandi capitani d’industria – nel resto dell’Italia profonda e provinciale c’è lui. Carletto Mazzone, quello che tutti chiamano “il Trapattoni dei poveri”.
Il suo mondo (anche oggi) è Ascoli, la stessa città di un altro grandissimo sanguigno allenatore, il professor Carlo Vittori, il mentore di Pietro Mennea. E infatti i due per un certo periodo lavorarono addirittura insieme nel calcio. Ad Ascoli e alla Fiorentina: Mazzone allenatore, Vittori preparatore. Il datore di lavoro di Mazzone è Costantino Rozzi, un costruttore rampante che va in panchina accanto a Mazzone, sobbalzando a ogni tiro, e con i calzini rossi perché portano fortuna. L’Ascoli di quegli anni torna a essere una roccaforte medievale, Rozzi e Mazzone sono due signori feudali che comandano e hanno potere, e vincono, e stanno lassù dispettosi e spudorati tra i grandi. Ad Ascoli, con Mazzone e subito dopo, arriva gente come Anastasi, Brady, Bruno Giordano, Dirceu, Casagrande, Bierhoff. Mazzone è il signore di un’Italia sfacciata e ambiziosa che va da Ascoli a Catanzaro, da Bologna a Lecce, da Pescara a Cagliari, da Perugia a Brescia a Livorno. Un’Italia che testardamente pretende e ottiene la Serie A con lui.
Repubblica
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