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È morto nella sua casa in piazza Martin Teresa a Cinisi (Palermo) all’età di 100 anni Procopio Di Maggio, l’unico padrino della Cupola di Totò Riina rimasto in libertà. E pure il più anziano. Il boss è scampato a due attentati, nel 1983 e nel 1991. Don Procopio è stato condannato al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino, ma è uscito indenne dall’accusa di aver ordinato una ventina di omicidi. Il figlio Gaspare è al carcere duro. L’altro figlio Giuseppe è stato ammazzato.
Il questore ha emesso un’ordinanza e ha vietato i funerali pubblici. La salma, venerdì 4 giugno, potrà essere trasportata da casa fino al cimitero. Qui troverà sepoltura.
Il 6 gennaio scorso i familiari del boss avevano organizzato una festa di compleanno per i cento anni in un locale con parenti, amici e fuochi pirotecnici che non sono passati inosservati a Cinisi, paese di Peppino Impastato. Numerose le polemiche in quell’occasione. Il sindaco Giangiacomo Palazzolo aveva così tagliato corto sulla vicenda: «Il mafioso Di Maggio ha voluto fare un atto di presenza in una Cinisi che lo ha da molti anni dimenticato e ignorato. Cinisi non c’entra niente con lui e con la mafia, lo ha dimenticato. Questa è la comunità di Peppino Impastato non dei boss».
«I pentiti? Sono dei vigliacchi»
«I pentiti? Sono dei vigliacchi» diceva Di Maggio quasi 20 anni fa. Il boss, prima di avvicinarsi a Riina e Provenzano, era uno dei picciotti di don Tano Badalamenti, proprio il capomafia che ordinò la morte di Impastato. Per punire quel «tradimento» il figlio del boss, Giuseppe, nel 2000 era stato strangolato, incaprettato e gettato in mare.
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