Ucciso come un boss per una “relazione sbagliata”

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Non rientrava dalla discoteca o da una scorribanda di malavitosi Giuseppe Matino. No, lui alle cinque del mattino, quando i killer lo hanno freddato, stava andando a faticare: perché il lavoro, quando è senza contributi, senza la speranza di uno straccio di carriera, quando è saltare da un punto all’altro della città per tentare di mettere insieme i soldi per far campare la moglie e i figli, alloraè fatica. E i boss non faticano. No, loro intascano. Intascano i soldi del pizzo, della droga, del contrabbando. Ma faticare? Mai.E allora chi era Giuseppe Matino, 35 anni, nessun precedente penale, una moglie conosciuta sui banchi di scuola, due bei figli di 14 e 12 anni, una casa dignitosa ma nulla di più al piano terra di via Filippo Maria Briganti? Se lo domandano gli inquirenti. I familiari no. Loro sanno con sicurezza, tutti, che Peppe era un bravo ragazzo. «Mio fratello era uno che non si tirava indietro di fronte a niente: faceva uno, due, tre lavori, per tirare a campare – racconta Teresa – Con Stella, la moglie si era sposato che aveva venti anni: si conoscevano da sempre, andavano a scuola insieme». E Alfredo, il padre, racconta: «Io lavoro come imbianchino, a casa nostra siamo gente onesta, che guadagna onestamente. Da mia moglie mi sono separato nel 92, ma i figli non lo ho mai abbandonati. Con Giuseppe mi ero visto ieri. Come capitava spesso di domenica era venuto a pranzo da me che abito a Mugnano. Una giornata come tante. Lui era patito del calcio, io no, io preferisco il ciclismo, quindi lui aveva seguito un po’ i risultati delle partite, avevamo mangiato, le solite cose».

Preoccupazioni? «Non mi ha detto niente, non mi ha parlato di nulla di diverso dal solito». E allora? Qualcuno nel quartiere ha sussurrato di una «mazziata», un’intimidazione subita da Giuseppe un mese fa. E gli investigatori lo confermano. Ma nessuno dei familiari, almeno con i giornalisti, ammette di conoscere il perché: «Io l’ho saputo solo dopo», dice una zia, e l’altra: «Lo hanno picchiato ingiustamente, lui non era uno da fare qualcosa di male», aggiunge l’altra. E anche i compagni di lavoro spiegano di non avere notato nulla di strano, nè negli ultimi giorni nè nelle ultime settimane. Ogni mattina, all’alba, Peppe andava a consegnare i cornetti per una pasticceria di vico Leone. «Lo chiamavamo Speedy Gonzales – racconta uno dei colleghi – era sempre di corsa. Arrivava, caricava i vassoi, ed era già fuori. Poi alle 10, tornava indietro per posare il furgone e scappare verso altre occupazioni: cercava sempre nuove fonti di guadagno, era pronto a fare di tutto, ma onestamente. Era un bravo autista e quindi, quando ne aveva la possibilità lavorava come pony espress». E un altro amico ricorda: «Era un bravo ragazzo, uno impegnato a guadagnare per la famiglia». Altre preoccupazioni? In pasticceria non ne sanno niente.

IL Mattino

© Copyright Redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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