“Domenico poteva essere salvato? L’ex primario: ‘Io avrei tentato con un cuore artificiale’”

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Il caso del piccolo Domenico, morto dopo un trapianto di cuore non riuscito, continua a far discutere il mondo medico. Secondo Giuseppe Caianiello, 72 anni, ex direttore della cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Monaldi di Napoli, si sarebbe potuto tentare un’altra strada per salvare il bambino: l’impianto di un cuore artificiale.

«Avrei provato a verificare subito questa possibilità dopo il fallimento del trapianto», afferma il cardiochirurgo, che ha guidato il reparto dal 2007 al 2015.

Durante la sua carriera al Monaldi, Caianiello ha eseguito circa trenta trapianti pediatrici e ha utilizzato più volte il cuore artificiale per mantenere in vita bambini in condizioni gravissime, in attesa di un organo compatibile. «In totale ho impiantato una dozzina di cuori artificiali. Tra i pazienti c’era anche un bambino di appena nove mesi», racconta.

Quel piccolo paziente soffriva della stessa patologia di Domenico, la cardiomiopatia dilatativa. «È rimasto undici mesi in reparto collegato al Berlin Heart», spiega il medico.

Il Berlin Heart è un dispositivo formato da due pompe collegate a un compressore esterno. Attraverso tubicini che escono dal torace, il sistema sostituisce temporaneamente la funzione del cuore. La gestione richiede cure quotidiane: medicazioni per evitare infezioni e terapie anticoagulanti per prevenire complicazioni.

Secondo Caianiello, questo dispositivo consente ai piccoli pazienti di attendere più a lungo un nuovo cuore rispetto ad altre soluzioni temporanee.

Diverso, invece, il funzionamento dell’Ecmo, la macchina utilizzata nel caso di Domenico per mantenere la circolazione sanguigna fuori dal corpo. «I colleghi hanno fatto bene a usarla per salvare il bambino nell’immediato», precisa Caianiello. Tuttavia, spiega, si tratta di una soluzione che nel tempo può provocare danni agli altri organi.

Il cuore artificiale, al contrario, può offrire una prospettiva più stabile. Caianiello ricorda un caso emblematico: «Un bambino di nome Simon rimase collegato al Berlin Heart per undici mesi. Nel frattempo viveva quasi normalmente: correva nei corridoi e veniva persino nel mio ufficio per prepararmi il caffè premendo il pulsante della macchinetta».

Quando arrivò un cuore compatibile, il trapianto fu eseguito con successo.

Per l’ex primario, anche dopo un trapianto non riuscito l’impianto di un cuore artificiale può rappresentare un tentativo estremo per salvare la vita del paziente. «Se il nuovo cuore non riprende a battere dopo cinque o sei giorni, si può comunque provare questa strada, quando le condizioni cliniche lo permettono», sostiene.

Continuare a lungo con l’Ecmo, invece, secondo lui riduce drasticamente le possibilità di recupero. «Dopo 10-15 giorni diventa praticamente impossibile eseguire un nuovo trapianto. A quel punto la speranza si riduce molto».

Caianiello punta il dito anche contro la gestione organizzativa del caso. A suo avviso, dopo il primo audit interno dell’ospedale sarebbe stato necessario un intervento immediato della direzione sanitaria. «La situazione andava affrontata già il 30 dicembre», afferma.

Il cardiochirurgo ricorda anche che, durante la sua direzione, l’attività dei trapianti pediatrici al Monaldi funzionava grazie alla stretta collaborazione con il centro trapianti per adulti dello stesso ospedale. «Era proprio quell’équipe a occuparsi degli espianti dei cuori, grazie alla grande esperienza maturata».

Dopo le sue dimissioni, avvenute per carenza di personale, l’attività dei trapianti pediatrici sarebbe stata sospesa per diversi anni a causa di contrasti interni e problemi organizzativi.

«Per ripartire davvero», conclude Caianiello, «bisognava ricostruire quella sinergia che un tempo esisteva».

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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