Verso la scarcerazione di Totò Riina. La Cassazione si esprime favorevolmente. Il detenuto è in gravi condizioni

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Esiste un «diritto a morire dignitosamente» che va assicurato al detenuto, afferma la Cassazione. E anche se il detenuto in questione si chiama Totò Riina, capo dei capi di Cosa Nostra, condannato per le bombe negli anni del terrore degli attentati mafiosi e per la strage di Capaci, ormai ottantaseienne allettato, incapace anche solo di stare seduto, il giudice che deve valutare sulla sua permanenza in carcere deve tenere conto di questo principio e nel caso motivare espressamente il suo parere contrario.

La pronuncia con la quale la suprema Corte per la prima volta apre al ricorso della difesa di Riina, che da anni chiede il differimento della pena o i domiciliari per motivi di salute ha suscitato polemiche, in primis dalle vittime di mafia. I giudici gli hanno negato sempre questo diritto, chiesto tra l’altro in passato anche da Bernardo Provenzano, trattenuto fino alla morte al 41 bis. Ora la richiesta di Riina dovrà tornare al tribunale di sorveglianza per rivedere la questione alla luce di quanto sottolineato oggi dalla Cassazione, che ha annullato il primo provvedimento del tribunale, poiché il giudice nel motivare il diniego aveva omesso «di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico». Il tribunale non aveva ritenuto che vi fosse incompatibilità tra l’infermità fisica di Riina e la detenzione in carcere, visto che le sue patologie venivano monitorate e quando necessario si era ricorso al ricovero in ospedale a Parma. Ma la Cassazione sottolinea, a tale proposito, che il giudice deve verificare e motivare «se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tale intensità» da andare oltre la «legittima esecuzione di una pena».
© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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