Clan Birra-Iacomino, Stefano Zeno impartiva gli ordini dal carcere con il telefonino: parlano i pentiti Gerardo Sannino e Francesco Raimo

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Il boss e gli ordini dal carcere

Tutti gli ordini per i luogotenenti e affiliati del clan provenivano dal carcere di Poggioreale e con esattezza dal padiglione Livorno dove espiavano le pene tutti i più temibili boss tra cui anche il potente capo Stefano Zeno, reggente indiscusso del clan Birra-Iacomino operante nella zona di Ercolano. Così avvenne anche per il duplice omicidio di Mario Ascione (fratello dei boss: Pasquale, Giovanni e Raffaele) e il suo guardaspalle Ciro Montella (reggente dell’omonimo gruppo) l’undici marzo del 2003. «Gli ordini venivano dati soprattutto con i cellulari. Vi era un uso incontrollato dei telefonini nell’istituto penitenziario con i quali si gestivano le attività criminali: traffici di stupefacenti, estorsioni, omicidi e controllo del territorio, il giro dei soldi per tutti gli aderenti alla grande famiglia». Così risponde, durante il processo, ad una delle domande del pm della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli il collaboratore di giustizia Gerardo Sannino (clan Birra-Iacomino) pentitosi nel 2009. Dunque, tutti i ras erano insieme in questo padiglione della casa circondariale napoletana. Durante i passeggi aperti si interloquiva, si chiacchierava, si decideva su tutti i tipi di affari sporchi: economici e omicidi. Nello stessa area anche le famiglie Sarno (quartiere Ponticelli) e Lo Russo (i «Capitoni» di Miano, area nord di Napoli. Ecco, che proprio nelle occasioni di incontro tra Stefano Zeno e Carlo Lo Russo – fratello di Giuseppe, Mario, Salvatore e Antonio (tranne Giuseppe il resto sono tutti pentiti di recente) – si discuteva di uccidere il boss rivale (Mario). Oggi Sannino sconta l’ergastolo ed è dal 2001 in stato di detenzione. La testimonianza è frutto delle relazioni intrattenute negli anni – secondo quanto riferito dal pentito – con i vari affiliati del clan e amici di cella. Dopo il 2004, anno in cui avvenne l’omicidio della povera Annalisa Durante a Forcella, tutti i detenuti di spicco furono portati in varie case circondariali.

Il racconto di Raimo

Di base le dichiarazioni di Francesco Raimo (difeso da Giuseppe Tessitore) coincidono con quelle di Sannino (l’avvocatessa è Simona Celibre). Anch’egli ha fatto parte del clan Birra-Iacomino. Fu arrestato nel 2007. Dapprima guardaspalle di Giacomo Zeno poi si dedicò alle estorsioni, al traffico di droga ed infine è entrato a far parte delle «battute», cioè dei gruppi di fuoco. Racconta l’alleanza strategica storica con il clan Lo Russo che dava gli esecutori materiali (capeggiati da Raffaele Perfetto) per tutti gli omicidi. E come si decise di ammazzare Ascione-Montella. «Il capo Zeno diede mandato ai suoi fedelissimi: Enrico Viola detto “Recchia ‘e puorc”, Lorenzo Fioto e Vincenzo Oliviero (all’epoca non erano detenuti) di organizzare l’agguato mortale». Ma un altro episodio che emerge è suggestivo: «Giovanni Birra sussurrò la condanna a morte di Mario (alias “Gatto nero”) nell’orecchio di zio Lorenzo». La scena avvenne nella Pretura di Portici perché all’epoca non c’era ancora la videoconferenza. Quindi il boss venne condotto lì dal carcere di Secondigliano per un processo. Dopo l’implorazione verso una guardia carceraria, Fioto, riuscì a raggiungere il ras di Ercolano che gli disse: «’Sta iatta nera sta ancora per il corso, stracciateme sta cammise». La camicia stracciata significava che il «Gatto nero» doveva morire.

Il processo

Il procedimento si svolge in Corte d’Assise, terza sezione del tribunale di Napoli, con il rito ordinario e gli unici imputati (gli altri del clan Birra-Iacomino sono stati già condannati dopo la scelta del rito abbreviato) sono Fioto (avvocato Bruno Spiezia) e Viola (legale Enrico Fiore).

 

 

 

© Copyright Mario Conforto, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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