Dallo scorso giugno è iniziata anche la collaborazione con la giustizia di Antonio Birra, uomo di spicco del clan omonimo attivo nella zona di Ercolano in via Pace soprannominata «cuparella». Fratello del super boss Giovanni, è intervenuto in Corte d’assise, quarta sezione penale, affrontando il processo in cui risponde dell’accusa di aver fatto parte dell’organizzazione del duplice omicidio di Raffaele Di Grazia e Lucio Di Giovanni commesso a febbraio del 2000. Sul banco degli imputati ci sono il pentito Costantino Iacomino (all’epoca ne rappresentava il sodalizio con i Birra) e suo nipote Pasquale Genovese. E ancora: Lorenzo Fioto, che svolgeva il ruolo di trade union con gli alleati del cartello criminale dei Lo Russo, «i capitoni»; infine Andrea Sannino considerato lo «specchiettista».
Tranne quest’ultimo, presente nella gabbia dell’aula 114 del Tribunale di Napoli, gli altri sono collegati da siti riservati attraverso video conferenza. Tutti sono reclusi con regime duro (41 bis). Il giudice Mario Morra dà l’avvio all’udienza dando la parola al pubblico ministero della Procura di Napoli, il quale pone una serie d’interrogativi al pentito (difeso dall’avvocato Marcella Esposito), in merito agli ultimi istanti di vita di Di Grazia e Di Giovanni e su come fu organizzato l’agguato. «Giovanni Birra, Stefano Zeno e Costantino Iacomino decisero che Di Grazia doveva morire perché stava passando alla famiglia rivale: gli Ascione-Papale». L’ordine fu dato circa due mesi prima così com’è stato inserito nei verbali trascritti dell’interrogatorio e confermato al processo. «Sfortunatamente, quella mattina, con lui si trovò anche il cognato Di Giovanni che non c’entrava nulla». Infatti, il vero obiettivo era Di Grazia perché lui stava tradendo il gruppo (Birra-Iacomino) al quale apparteneva.
Quest’ultimo ogni mattina aveva l’obbligo di firma alla stazione dei carabinieri che si trova tra via Panoramica e via Venuti a Ercolano. «Per noi era più semplice agire vicino alla caserma nel momento in cui la vittima aveva degli orari e dei percorsi prestabiliti». Ecco che qui entra di scena Andrea Sannino, tirato in ballo proprio dal collaboratore. Il giorno fatidico era appostato fuori la tenenza per avvertire i killer che potevano intervenire. «Appena usciti, Sannino alzò la mano». Così Raffaele Perfetto, detto «muss ‘e scigna», Carlo Serraro, «Carletto» e Vincenzo Bonavolta, alias «ascensore», inseguirono i due predestinati e finirono il lavoro. Questo terzetto era il braccio armato dei «capitoni».
In realtà – secondo le ricostruzioni – i fratelli Sannino dovevano svolgere l’esecuzione. Poi ci fu un ripensamento: «Il clan decise che ci volevano facce pulite e quindi cambiammo strategia, coinvolgemmo la famiglia di Miano con la quale eravamo una sola cosa». Allora Lorenzo Fioto e Antonio Birra incontrarono i Lo Russo e prepararono nei dettagli l’assassinio fornendo armi e motorini. Al «recupero» degli esecutori e delle armi si preoccupò appunto Antonio e il motorino fu gettato nel lagno accanto al cimitero di Portici.
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