Clan Aprea, Cuccaro, Alberto: il pentito Manco conferma le accuse del pm

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Tangenti, usura e riciclaggio: questi i capi d’accusa del filone processuale contro il clan Aprea, Cuccaro e Alberto. Tutti elementi confermati dal pentito Giuseppe Manco (dal 2009) che ha seguito le orme del fratello Gennaro. Nella terza sezione della Corte d’Assise del Tribunale di Napoli, il pm Antonella Fratello (pool anticamorra della Dda di Napoli, coadiuvato dagli aggiunti Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli) ha rivolto svariate domande a Manco, che era in videoconferenza, esponente delle note famiglie dell’area orientale della città.

È agli arresti dal 2000, oggi ai domiciliari. Questa parte del processo ha come imputati gli affiliati del clan operante nella zona Est di Napoli: Ciro Maddaluno, fratello di Raffaele detto «’o Cavallaro», Raffaele Valda, «Lello», e Gennaro De Bernanrdo, alias «Gne’ Gne’».

Il sistema tricefalo, decapitato con l’arresto del boss Michele Cuccaro nel 2015, era dedito al traffico di droga, delle armi ma soprattutto si occupava di estorsioni, riciclaggio ed usura nei quartieri di Barra e Ponticelli e anche in alcuni Comuni della zona vesuviana: Cercola e Volla.

Giuseppe Manco ha ricostruito, rispondendo al pm, le attività delle famiglie camorriste nel territorio, e della scissione che lui capeggiò all’epoca alleandosi con il gruppo armato dei Guarino-Celeste.

«Non eravamo più d’accordo con gli Aprea perché si comportarono male. Poi, loro gestivano la cocaina. Nella black-list delle tangenti c’erano l’Auchan, le raffinerie, i cantieri e le grandi attività per un giro d’affari di svariati milioni. Chiedemmo addirittura cento milioni, di vecchie lire, ad una ditta edile di Barra, che doveva pagare a rate».

Insomma, il prestito dei soldi ai commercianti, ai piccoli imprenditori, a chi ne aveva bisogno, toccava tassi d’interesse cui variavano dal 5 al 10% ed era gestito da Angelo Cuccaro per conto di suo suocero. Si stabiliva la percentuale in base alla somma prestata. Tutte le accuse sono state confermate da G.B. (per motivi di sicurezza non scriviamo il nome anche perché  è sotto scorta), carrozziere di Barra, il quale era stretto dalla morsa dell’usura.

È assistito dall’avvocato Alessandro Motta. Alla prova delle foto ha riconosciuto gli estorsori: De Bernardo, Valda e Maddaluno. La denuncia scattò nel 2015 presso i carabinieri di Cercola. «Non ce la facevo più a pagare. Quattrocento euro al mese. Potevo restituire anche cento a settimana».

L’organizzazione era capeggiata da Luigi Imperatrice, «Gigi», che dopo i Sarno e prima dei Bodo, per conto dei Cuccaro, gestiva le tangenti e quindi influente anche nei confronti dei tre imputati.

Mario Conforto

© Copyright Redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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