Nella speranza di ogni famiglia c’è innanzitutto la consapevolezza di voler crescere i propri figli. Purtroppo non è così per chi sceglie strade diverse da chi vuole vivere in tranquillità. Una vita spezzata. Il riferimento, in questo contesto di malavita, è ad Antonio Sarno (figlio del boss Luciano, pentito dal 2011) e Maddalena Licata – ex moglie – al centro dell’udienza in cui si dibatte per il delitto di Massimo Imbimbo avvenuto a Ponticelli (periferia est di Napoli) a dicembre 2011. Antonio, oggi collaboratore di giustizia e sotto protezione, su sua ammissione ha riferito di aver visto l’esecuzione mortale. Lui gestiva vicino la chiesa una piazza di spaccio con Gennaro Marigliano. L’esame ed il contro esame vertono sulla ricostruzione degli ultimi momenti di vita della vittima.
Camorra, omicidio Imbimbo: scocca l’ora dei testimoni
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Il contesto storico dell’assassinio avvenne nel periodo in cui la famiglia Sarno, tra le più forti della città per oltre un ventennio, non aveva più potere perché decimata dagli arresti grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della Procura di Napoli; tuttavia non è mancato l’apporto prezioso dei collaboratori di giustizia. A partire proprio dalle dichiarazioni di Antonio.
Ma andiamo con ordine. Gli imputati sono l’emergente boss Salvatore De Micco, detto “bodo”, detenuto a Novara con regime duro (il fratello Luigi di 40 anni ieri è stato vittima di un agguato in via Cupa Molisso nel quartiere di Ponticelli insieme ad Antonio Autore di 23 anni) e Gennaro Volpicelli alias “Gennarino”.
© Copyright Mario Conforto, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNewsIl pubblico ministero Francesco Valentini, del pool anticamorra coordinato dagli aggiunti Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, inizia il suo interrogatorio e il presidente Alfonso Barbarano della quinta sezione della Corte d’assise con la giuria assistono con attenzione. Maddalena – intervenuta come teste – nell’istante della sparatoria era al telefono (all’epoca erano fidanzati) con Antonio il quale le avrebbe riferito – successivamente – tutto lo scenario drammatico; tuttavia la ragazza in video conferenza, perché ha sottoscritto il programma di protezione, in una sola espressione dice di non sapere nulla. Forse la paura prevale.
Mentre l’ex marito conferma quanto dichiarato al pm il 17 dicembre del 2015. “Ero sul corso principale, tra le ventitré e la mezza, andavo ad andatura lenta, parlavo al telefono con Maddalena, quando all’improvviso vidi nella corsia opposta due persone con i caschi scuri su uno scooter; poi si avvicinarono ad un altro motorino fermo e gli diedero un calcio dal lato sinistro facendo cadere per terra un ragazzo; dopo poco sentii cinque, sei spari. Forse era una pistola automatica, non so”. In sostanza Antonio, pubblicamente, ribadisce di aver riconosciuto gli imputati come i protagonisti dell’agguato mortale.
Dall’altro canto il collegio difensivo composto da D’Avino, De Rosa, e Sorrentino cercano di porre in essere le contraddizioni delle dichiarazioni per capire appunto la loro veridicità L’omicidio Imbimbo segna, secondo Antonio, l’entrata del clan Cuccaro nel territorio che una volta era appartenuto alla sua famiglia. Mentre l’agguato di poche ore fa in relazione alle organizzazioni criminali protagoniste dei quartieri che operano ad est della città sarebbe un altro avvertimento di chi comanda?


























