È una «sentenza politica» emessa da una «magistratura politicizzata» che ha fatto un «colpo di stato» per «far fuori» Silvio Berlusconi: non le aveva mandate a dire Daniela Santanchè all’indomani della condanna definitiva del Cavaliere a 4 anni per frode fiscale, che poi ne avrebbe sancito l’inagibilità politica, quando il 2 agosto 2013 si era scagliata contro i giudici della Cassazione. Citata in giudizio in sede civile per diffamazione dal giudice Antonio Esposito, che aveva presieduto il collegio feriale, l’ex ministra del Turismo ha vinto la causa anche in appello in quanto il diritto di critica politica, che è «l’unico reale strumento di controllo» democratico «sull’operato del potere giudiziario», ammette «l’uso di espressioni forti e toni aspri» purché non siano una «aggressione gratuita».
Nella sentenza del 29 maggio scorso con la quale hanno rigettato il ricorso di Esposito, che è andato in pensione nel 2015, i giudici della prima sezione civile della Corte d’appello di Roma scrivono che la libertà di espressione su un fatto di indiscutibile interesse pubblico, tutelata dalla Costituzione e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, non protegge solo le idee che piacciono «ma anche quelle che urtano, scuotono o inquietano». L’ex giudice, che è stato condannato a pagare le spese processuali per 10.500 euro, potrà ricorrere in Cassazione. «Mi viene la pelle d’oca al pensiero di chi sia questo signore», aveva dichiarato, riferendosi ad Esposito, Daniela Santanché, che allora era parlamentare Pdl, aggiungendo che «forse sarà stata la mafia a volere la condanna di Berlusconi». Pur riconoscendo che si tratta di «affermazioni offensive», i giudici scrivono che la diffamazione si concretizza solo «in presenza di un palese travalicamento dei limiti della civile convivenza», che in questo caso non ritengono ci sia stato.


























