Sarà il caldo torrido, sarà il bisogno di diversificare polemiche e propaganda… Fatto sta che mentre il Paese affronta sfide epocali sul fronte economico, sociale e internazionale, il Partito democratico decide di dare voce alle sue priorità e di rispondere a quella che evidentemente ritiene una sua vera, grande emergenza nazionale: il genere grammaticale dei documenti pubblici.
Il ddl della Pd Valente che suggerisce di sostituire la parola “uomo” con il più neutrale “persona”
L’ultima trovata in puro stile woke che a quel pregresso si ricollega idealmente (e non solo), e che strizza l’occhio all’universo arcobaleno Lgbt, porta allora la firma della senatrice dem Valeria Valente, che ha presentato a Palazzo Madama un disegno di legge volto a imporre alle istituzioni un linguaggio rigidamente “non discriminatorio” e a riscrivere persino i codici dello Stato e di sempre.
La proposta dem punta a imporre un linguaggio “non discriminatorio” negli atti pubblici e riscrive persino i codici
Scrive Il Giornale dando conto della notizia: «Il testo – illustrato nella Sala Nassirya di Palazzo Madama – stabilisce che le pubbliche amministrazioni, negli atti, nella corrispondenza e nella denominazione degli incarichi politici, professionali e istituzionali, debbano fare esplicito riferimento sia agli uomini sia alle donne. Non soltanto una raccomandazione o un invito a prestare maggiore attenzione alle parole, dunque. Ma un intervento normativo destinato a modificare il modo in cui lo Stato redige i propri documenti». Di più: il provvedimento interviene anche sul codice civile, su quello di procedura civile e sul codice penale.
L’ultima crociata rossa dai risvolti arcobaleno
Sì, perché il ddl della discordia grammaticale-gender, non si limita semplicemente a raccomandare buone prassi, ma pretende di normare per legge il vocabolario della pubblica amministrazione. La chicca del provvedimento, allora, è rappresentata dall’obbligo di sostituire la parola “uomo” con “persona” ogni volta che la si usa in senso generale e universale. Non solo: titoli accademici, professionali e onorifici dovranno essere tassativamente declinati al femminile.
La furia iconoclasta sul linguaggio ritenuto “sessista”
E non è ancora tutto. Perché come anticipato poco sopra, la furia iconoclasta dei progressisti arriva a lambire i codici civili e penali, dove si propone addirittura di abolire il termine “omicidio” a favore del politicamente correttissimo “assassinio”.
Poteva già bastare: e invece no. Con un sillogismo che definire ardito è un eufemismo, la senatrice Valente è riuscita persino a collegare l’articolo determinativo maschile usato dal premier Giorgia Meloni alla riforma elettorale, sostenendo che: «Una donna che si definisce “il” presidente del Consiglio può più facilmente costruire una legge elettorale che escluda le donne». E se non fosse ancora abbastanza, in questo florilegio di considerazioni e discettazioni, fa eco alla valente la vicepresidente del Senato e firmataria del disegno di legge, Anna Rossomando, che difende la centralità di questa “battaglia linguistica”, inserendola in un presunto pacchetto di diritti civili inscindibili.
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