Prima i carri e i manifesti funebri “anonimi”, privi di logo e riferimenti alle aziende del settore. Poi la comparsa sul territorio di ditte radicate e operanti in altre province della regione e persino nel basso Lazio. Era questo – secondo i magistrati della Dda di Napoli – lo stratagemma architettato dalla famiglia Cesarano, leader nel settore dei servizi mortuari, per aggirare le interdittive antimafia emanate nei mesi scorsi dalla prefettura. L’inchiesta, condotta dai carabinieri della Compagnia di Marano, ha portato al sequestro di sette aziende e all’iscrizione di 21 persone nel registro degli indagati.
Tutto inizia alle fine dello scorso anno, quando le ditte riconducibili alla famiglia Cesarano – perlopiù operanti tra Marano, Calvizzano, Quarto, Qualiano, Mugnano e Pozzuoli – vengono raggiunte da provvedimenti ostativi da parte della prefettura. Tali società, da quel momento, non possono più svolgere né pubblicizzare le loro attività sull’intero territorio nazionale. In teoria dovrebbe essere così, ma la pratica si rileva ben diversa. Dopo qualche settimana, infatti, iniziano a comparire manifesti “anonimi” e, all’esterno delle chiese, carri funebri anch’essi privi di riferimenti alle ditte del settore.
Chi sono e da dove provengono quelle aziende? I militari dell’Arma di Marano non impiegano molto tempo per capire cosa stia realmente accadendo. Sono ditte contattate direttamente dai Cesarano e a confermarlo è la presenza, all’esterno delle parrocchie, in veste di aiutanti e coordinatori, di personale da sempre in servizio per i re delle pompe funebri della provincia di Napoli.
Come dire: fatta la legge, trovato l’inganno. La prefettura, che inizialmente aveva colpito soltanto la Eredi Cesarano e La Fenice, estende nel frattempo i propri provvedimenti anche ad altre imprese dei Cesarano, originari di Castellammare di Stabia ma da oltre 40 anni residenti tra Marano e Calvizzano. Le amministrazioni locali, che per alcune settimane “tollerano” la presenza dei manifesti e dei carri “anonimi”, vengono richiamate all’ordine dall’autorità territoriale di governo. I comuni decidono così di far oscurare le insegne delle società finite nella black list della prefettura, ma i Cesarano non demordono e, secondo quanto ricostruito dai magistrati, trovano sponda nelle imprese dell’alto Casertano, del Salernitano, dell’Avellinese e del basso Lazio.
Nomi ai più sconosciuti in questi territori, come quelli della Multiservizi Bam, Liguori, Verrillo, Santa Lucia e Cavaliere Esposito. Per ben due volte i carabinieri di Marano sono costretti a fare irruzione ai funerali che si svolgono in città. E’ il 20 gennaio quando i militari dell’Arma identificano il personale di una ditta chiamata ad organizzare le esequie di un 20 enne, Michele Coppeto, morto qualche giorno prima per un tragico incidente in scooter. A marzo il secondo intervento, resosi necessario per la comparsa in città di un carro trainato dai cavalli, di proprietà della ditta Verrillo di Sessa Aurunca. I carabinieri allertano anche il personale della polizia municipale e anche in questo caso vengono identificati i dipendenti della ditta. Il resto è storia di ieri con l’emissione dei provvedimenti a carico dei 21 indagati, tra cui Alfonso, Ciro e Giacomo Cesarano, per illecita concorrenza con minaccia aggravata dal metodo mafioso o trasferimento fraudolento di valori.
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