Prima di dedicarsi alla cocaina, droga che consumò personalmente insieme a tutte le altre (eccezion fatta per l’eroina), Pablo Escobar era un criminale comune: furti d’auto, contrabbando, falsificazioni, sequestri. Desideroso di essere amato quanto temuto, alimentò un’immagine di se stesso alla stregua di un Robin Hood colombiano, che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Ma il denaro che rubava era spesso quello delle persone che ammazzava, anche civili. Comunque, ci fece costruire case, scuole, ospedali, mense per i poveri, e la sua mitizzazione da parte del popolo povero non stentò ad arrivare. Per osannarlo e proteggerlo, la gente non esitava a fornirgli coperture. Lo chiamavano “don Pablo”, “El Patron”.
A scapito del suo aspetto dimesso, che non tradiva le sue origini contadine, aveva manie di grandezza. Nella sua villa, la Hacienda Nàpoles, che dopo la morte di Escobar passò nelle mani del governo colombiano e recentemente è diventata un parco tematico tra i più grandi del Sudamerica, c’era uno zoo con specie rare e la più grande presenza di ippopotami fuori dall’Africa, numerose piscine, uno stadio per la corrida, 12 laghi, un ospedale, piste di atterraggio per gli elicotteri del narcotraffico che facevano la spola con il Perù, collezioni d’auto. Un mix di ostentazione, vagamente burina, disposto su 3mila ettari di terreno a 100 chilometri da Medellin, a metà strada con Bogotà. Qui ospitava gli amici e addestrava il suo esercito personale.
Tentò anche la strada della politica e nel 1982 venne eletto deputato liberale nel parlamento colombiano.
La sua temibile strategia. Durante la sua vita corruppe un numero incalcolabile di ufficiali governativi, giudici e altri politici, e spesso uccideva personalmente i gregari che si rifiutavano di collaborare. La sua strategia, chiamata “plata o plomo” (soldi o piombo), era chiara: o ci si lasciava corrompere o si moriva. C’è chi dice abbia ucciso 4mila persone. Di sicuro Pablo Escobar fu responsabile della morte di tre candidati colombiani alla presidenza, tutti concorrenti alle stesse elezioni. Fu sua la paternità del disastro aereo Avianca 203, in volo da Bogotà a Cali: il 27 novembre 1989 mentre sorvolava il municipio di Sochoa, a sud di Bogotà, appena 5 minuti dopo il decollo, una bomba esplose a bordo, incendiando i vapori di benzina dentro un serbatoio vuoto, distruggendo l’aeromobile all’istante: 107 passeggeri morti sul colpo e 3 persone uccise dai detriti che caddero a terra. A bordo avrebbe dovuto esserci Cesar Gaviria Truijillo, che correva per le elezioni del 1990 nel partito liberale, lo stesso dove militò Escobar 7 anni prima. Non c’era e si salvò.
La sua fine controversa. Nel libro del figlio di Escobar (Sebastian), uscito un paio d’anni fa, rivela un dettaglio inedito sulla fine del padre: sarebbe stato tradito dal fratello Roberto, d’accordo con il resto della famiglia. Questi sarebbe stato un informatore della DEA (l’antidroga americana) e l’avrebbe “venduto” in cambio di un salvacondotto.
El Patron venne ucciso a Medellin, in un centro commerciale, da decine di agenti colombiani durante un tentativo di cattura. Lo stavano cercando da 16 mesi, dopo che scappò dalla sua prigione privata. Il figlio, però, non crede a questa versione. Secondo lui Pablo Escobar si suicidò sparandosi all’orecchio perché si sentiva ormai perduto. Del resto, glielo diceva sempre che non si sarebbe mai fatto prendere da vivo. Come quando preferì costituirsi, nel 1991, piuttosto che essere catturato ed estradato. Non finì in carcere, ma come ricompensa al suo essersi costituito negoziò un accordo con il governo colombiano che gli permise di costruirsi la sua prigione privata di lusso, la Catedral, dove avrebbe dovuto scontare 5 anni di confinamento obbligatorio. Non visse mai la Catedral come una prigione, ma come una residenza in cui riuscì anche a invitare la nazionale di calcio per una partita nel “suo campetto”.

























