Ha gli occhi profondi di un castano chiaro. È terrorizzata e glielo si legge in volto. Sul viso da ragazzina i segni di quella notte che non dimenticherà mai più. Rosa De Rosa ha 21 anni, li ha compiuti il primo giugno e sabato notte voleva andare a ballare in discoteca con i suoi amici. Qualcuno però ha deciso per lei ed ha esploso una raffica di proiettili contro la palazzina dove abita al corso Secondigliano. Cinque colpi in tutto, calibro 9×19 con una semiautomatica. Due proiettili l’hanno colpita. Uno di striscio al braccio e un altro l’ha trapassata da parte a parte entrando dal lato destro del bacino e fuoriuscendo dall’anca sinistra. «Sono miracolata ma le sfide per la mia vita sono appena iniziate. Ho paura, sono terrorizzata ma anche arrabbiata, come possono fare fuoco contro una ragazza? Senza pensare di potermi ammazzare? Possibile che non hanno pensato a questo? Devono sentirsi in colpa, devono vedere come soffriamo io e la mia famiglia. Non posso mollare ma non posso far finta di nulla», dice fissando dritto negli occhi.
Rosa sorride, si guarda attorno, ha la voce debole. È ricoverata al terzo piano, nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale San Giovanni Bosco. In una stanza assolata con altre tre persone c’è con lei la mamma Patrizia, una zia e suo padre. Entra l’infermiera con una siringa: è antinfiammatorio. «Ma non mi fa nulla: ho un bruciore dietro la schiena che mi toglie il fiato». Le sue braccia sono piene di lividi ma sfoggia con orgoglio i suoi tatuaggi colorati. Una scritta in spagnolo: «Non piangere mai». Un altro sull’avambraccio destro: «Questo è il primo. È un occhio con al centro la N del Napoli, sono una gran tifosa». Prova a tergiversare ma poi ci ritorna su e con un po’ di forza alza il braccio sinistro. «Questo è un livido, e questo buco nero è il proiettile che mi ha sfiorato». Poi si tocca il fianco: «Ho un buco qui e un altro qui, e poi una ferita lungo la schiena». Sabato notte, dopo mezzanotte, è arrivata in codice rosso al San Giovanni Bosco. La Tac aveva evidenziato la perforazione delle ossa e decine di schegge che lesionavano il midollo spinale e due vertebre lombari. «Potevo rimanere paralizzata, morire, il colpo poteva perforarmi lo stomaco, il polmone».
Il Corriere

























