Una moglie e tante amanti. E poi mi sono innamorato

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Non so se questa mia lettera verrà mai pubblicata ed ove lo fosse, credo verrò sommerso dalle critiche. Però dopo aver letto mesi fa la lettera di Marta e più recentemente le lettere di Artemide, di Giulietta e di troppe altre, mi sono deciso a chiedere ospitalità e scrivo. Sono tra quelli che avevano tanti ideali, molto simili a quelli di alcune persone che per me sono state un riferimento, come ora lo è il loro ricordo: persone che non ci sono più e che hanno perso la loro battaglia contro tutti, ma che io non dimentico. Sono quello che al liceo ed all’Università studiava tanto ed alle ragazze pensava poco perché erano più importanti gli amici e la «balotta». Sono quello fortunato, cui la famiglia ha dato tutto e soprattutto la serenità che gli ha permesso di laurearsi molto giovane e che ha subito cambiato città per fare negli anni quella che una volta si chiamava «una bella carriera». Sono quello che viaggia per lavoro ed un po’ ha vissuto all’estero. Sono quello che a 30 anni ha smesso di contare le donne con cui aveva passato qualche ora o qualche mese, sperando di cambiare, mentre ha continuato come se non più di prima; perché quando hai deciso di scendere nell’abisso, ti attrae il fondo. E sono anche quello che ha sposato la ragazza giusta: bella da ragazza ed una bellissima donna anche oggi che quando ci cammino insieme gli altri uomini si girano, elegante, sveglia e con un bel lavoro. Figli con lei che senza di loro non vivo. E come poteva mancare la bella casa e le belle vacanze? Tutto bello? Sì, ho avuto tutto, ma proprio tutto: compreso un gran freddo, qui, dentro a questo Mulino Bianco.

Leggendo questa pagina, a volte mi è sembrato di essere stato il protagonista delle storie che alcune lettrici hanno descritto e forse anche di quelle che sono rimaste nelle loro tastiere: ho sedotto con la parlantina, ho ascoltato, ho lasciato credere che la donna che mi stava davanti stesse prendendo l’iniziativa, che fosse al centro di tutto e via con il resto del repertorio. Ancora oggi vedo quanto funziona l’attrazione del potere: dopo i miei discorsetti, ho lasciato convegni ed aule universitarie in cui ero stato invitato, per poi essere raggiunto da richieste di contatto non sempre solo professionali; ma il potere e la visibilità non li ho mai sfruttati a mio vantaggio. Mai. Troppo facile. Ancora oggi alcune mie collaboratrici, che forse credono che si possa fare carriera o tenere il posto di lavoro anche con certi espedienti, non esitano a farmi intendere che…basterebbe poco. No grazie. Per alcune delle donne che ho incontrato sono pressoché certo di essere stato solo un tassello, forse la goccia che ha fatto capire loro che con i mariti od i fidanzati era finita. Per le meno giovani credo di essere stato un gancio per aggrapparsi alla giovinezza che si allontanava facendole sentire desiderate per qualche ora o per qualche giorno. Per le più giovani probabilmente sono anche stato una figura che ricordava padri non sempre presenti o volati via troppo presto, uno con meno muscoli ed energia del fidanzato del momento, ma con qualche sicurezza ed un po’ di esperienza in più da raccontare.

Il fatto è che tante, troppe mattine mi sono svegliato in una casa dove, nell’istante in cui aprivo gli occhi, capivo che non avrei voluto essere, con lo sguardo sul soffitto ed il ghiaccio dentro. Da quelle stanze non me ne sono mai andato da vigliacco lasciando biglietti o messaggi tipo «grazie per la bella serata, ma ho preferito non svegliarti per lasciarti dormire» o addirittura cercando di non far rumore. No: ho aspettato di vederle svegliarsi quelle donne e questo è sempre il momento peggiore perché spesso ho visto nei loro occhi la paura, l’imbarazzo, il dubbio o la speranza che non si fosse trattato solo di «una notte e via». Talvolta c’erano anche le lacrime o gli insulti al momento del «ti chiamo io appena riesco». Immancabilmente non riuscivo a chiamare. Mai. Ed ogni volta che ritornavo da quei luoghi, lo sguardo della donna che ho sposato era sempre più consapevole, sempre più distante. Chissà, forse ormai perso dietro a quello di qualcuno che si comportava come me o dietro alla speranza di ritrovarmi.

Finché un giorno, in una squallida metropolitana di un paese lontano ho detto alla donna che era con me che andavo sempre più spesso negli abissi: non lo avevo mai detto a nessuno. Qualche giorno dopo, in un altro paese ed in riva ad un fiume, in una notte magica, quella donna ed io eravamo solo uno: io e lei, la mia Principessa Alessia con cui ci eravamo girati attorno per due anni. Da quel giorno non ci siamo più lasciati e la sensazione che abbiamo provato è come quando arrivi al cinema all’ultimo spettacolo e ti dicono che sono rimasti solo due biglietti in ultima fila: tanti si fermano e dicono «non importa, magari ci sarà qualche altro bel film tra qualche giorno». Noi invece li abbiamo presi quei biglietti e siamo entrati in sala insieme, sedendoci nei posti più scomodi rimasti e quando stavano per chiudere la porta. Semplicemente.

Voglio essere chiaro: questa lettera non la sto scrivendo per stare meglio o per scaricarmi la coscienza, come forse qualcuno starà pensando. E molte di voi forse si sentiranno addirittura offese. Se è così scusatemi, non è mia intenzione. No. La scrivo per farvi avere il punto di vista di uno che sta all’altra parte. Io non giudico le Marte, le Artemide e le Giuliette perché nei pezzi delle loro vite raccontate con dolore, con tanto coraggio, nelle loro contraddizioni, nei loro dubbi e nei loro silenzi mi ci ritrovo. Tanto. Ma ammetto che scrivo questa lettera anche per tre Principesse. Per la mia Principessa Alessia, che dopo quella notte in riva ad un fiume, per me ha deciso di abbandonare il suo regno e la persona con cui ormai divideva poco più della spesa delle bollette. Lo ha fatto – come qualcuno ha scritto qui – pur sapendo che avrebbe potuto trovarsi a vivere con quelle che qualche volta mi sembrano le briciole che riesco a darle. Alessia, che lo so bene che anni fa è stata Artemide ed ogni tanto si sente Giulietta ma che spero si tramuti in Marta, sopportandomi anche quando sarò ancora più vecchio, curvo ed insofferente (non manca tanto…). Alessia, che anche lei aveva tanti sogni ed ora ha tanti segni, addosso e dentro. E non me li ha mai nascosti. E lo so come se li è fatti. Alessia, che si entusiasma come una ragazzina ma quando piange si vergogna e le si appannano gli occhiali e non so come farla smettere se non stringendola e non andando via anche quando mi dice di andarmene perché non vuole che io la veda così. Alessia, che mi ha chiesto di prometterle che se dovesse finire in un letto di ospedale non la dovrei andare a trovare; ed infatti non glielo ho promesso. Alessia, a cui ho detto cose di me che nessuno sa, perché solo lei ha avuto il coraggio di calarsi in questa grotta ghiacciata dentro al mio petto e di cominciare a scioglierne le pareti.

Per un’altra Principessa, un po’ più piccina, che ha poco più di 8 anni, che si sta affacciando al mondo e che l’unico uomo con cui ancora dorme è il suo «giovane-anziano» papà insieme a dei peluche che lo fanno starnutire. A lei, rubando le parole ad un rocker nostrano che finalmente ha smesso di tingersi i capelli, non so se riusciro’ a dire che «sarà difficile lasciarti al mondo e tenere un pezzetto per me e nel bel mezzo del tuo girotondo non poterti proteggere; sarà difficile ma sarà fin troppo semplice mentre tu ti giri e continui a ridere». Perché io vorrei che questa piccola tra-qualche-anno-ragazza non smettesse mai di ridere, anche se dovesse incontrare degli uomini peggiori del suo papà. Vorrei solo che tenesse sempre alta la testa e che non lasciasse calpestare mai il suo onore, anche davanti agli errori che commetterà. Senza annientarsi, mai. Perché sapete cosa? Succede che sono quelle con la testa alta le donne di cui ci innamoriamo, anche se hanno il seno ed i fianchi come quelli di una venticinquenne da almeno venticinque anni e addosso i segni di tante notti in bianco e senza risposte: donne che non provano neanche più a nasconderli quei segni. E con cui decidiamo, contro tutto e contro tutti, di entrare al cinema anche all’ultimo spettacolo, quando stanno per chiudere la biglietteria e la maggior parte delle persone torna indietro rassegnata.

E la scrivo anche per la prima di tutte le Principesse: che a 94 anni, con l’unico uomo della sua vita da 60 anni che le fa compagnia, esce dal suo mondo senza suoni e preoccupazioni solo quando vado a trovarla. E con le mani che le tremano, malferma sulle gambe, ancora pretende di cucinare per me perché mi vede dimagrito e «non mangio abbastanza» da quando sono andato via di casa, ben più di 30 anni fa. E non importa se qualche volta non riesce ad arrivare alla cucina, perché anche lei tiene la testa alta. E lei questa lettera non la leggerà mai, ma in fondo non ne ha bisogno perché ha già capito tutto. Da un pezzo. E’ da li’ che vengo. Mi fermo perché ho abusato troppo della vostra pazienza e di questo spazio, ma almeno mi presento: anch’io ho 25 anni…da 35 anni, i capelli (ancora) ma molto bianchi. Mi chiamo Jeeg e sono stato il principe del lato oscuro, ma ora di mestiere faccio il Supereroe, proprio come molte di voi, Principesse che leggete qui. E proprio come voi qualche volta sono caduto, ma mi sono rialzato sempre, perché mi hanno insegnato così mio padre ed alcune persone che non ci sono più. Devo proprio andare per tornare a combattere l’impero del male, quello che incontreranno i miei figli; quell’impero da cui con Alessia ci siamo salvati, ma che qualche volta ho ancora dentro con tutti i suoi maledetti pipistrelli che in certe notti si alzano in volo per ricordarmi chi sono stato e mi lasciano senza forze.

Luigi, 60 anni

Fonte Il Corriere

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