Al San Carlo il grido di pace e amore del Simon Boccanegra di Verdi

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In questi giorni al San Carlo di Napoli sta andando in scena, con la direzione di Stefano Renzani e la regia di Syilvana Bussotti, il melodramma di Giuseppe Verdi nella versione del 1881, un prologo in tre atti, opera di grande respiro, teatrale e musicale, spesso, a torto, messo da parte nei cartelloni dei teatri d’opera per la trama giudicata troppo complessa.

Nella messa in scena di Simon Boccanegra creata da Sylvano Bussotti, il protagonista aggiunto e forse più saggio nel suo incessante moto a bagnare le rive al mutare dei poteri, è il mare. Il melodramma di Giuseppe Verdi, in un prologo e tre atti, nella versione del 1881, è andato in scena al Teatro di San Carlo sabato 7 ottobre, con la direzione di Stefano Ranzani e la regia ripresa da Paolo Vettori ; nel ruolo del titolo Ambrogio Maestri, con Myrtò Papatanasiu a dare voce ad Amelia e Saimir Pirgu debuttante nel ruolo di Gabriele Adorno.Premesse eccellenti per uno spettacolo di grande pregio, prodotto dal Teatro Regio di Torino nel 2013 a partire dalla versione del 1979.Il colpo d’occhio iniziale sulle note orchestrali di un Verdi per certi versi inconsueto, è più che convincente, rivelando architetture di un suggestivo rinascimento genovese, con il mare a presentarsi, fin da subito, facendosi scorgere, con il suo moto e i suoi riflessi, tra i nobili portici della città ligure.

È quasi “politica” la lettura del maestro Ranzani: «Simon Boccanegra si discosta dal Verdi di Traviata: capolavoro assoluto della lirica, è un’opera che precorre i tempi; Qui si assiste a un recitar continuo musicale e narrativo che di conseguenza corrisponde a un flusso emotivo ininterrotto, in una storia che pone la vicenda d’amore in secondo piano rispetto alle congiure e agli scontri politici che coinvolgono il doge Simon Boccanegra e i suoi avversari nonché il popolo».Non casualmente Ambrogio Maestri aveva tracciato appassionanti parallelismi tra la figura di Boccanegra e quella di Masaniello, entrambi “capitani del popolo”, entrambi traditi, ma portatori di indelebili messaggi di libertà.

Il linguaggio adottato da Verdi e Piave nella stesura andata in scena nel 1857 a Venezia, a partire dall’omonimo dramma di Antonio Garcìa-Gutiérrez, creava netta discontinuità con i plot e le forme chiuse che soli pochi anni prima avevano sancito il trionfo di Verdi nella cosiddetta trilogia popolare, Rigoletto, Il Trovatore e La Traviata.Tuttavia la difficoltà di individuare un personaggio in cui il pubblico potesse identificarsi, la mancanza di un “nemico straniero” che infiammasse sentimenti patriottici e la violazione dell’unità aristotelica di azione, con un prologo ambientato 25 anni prima dell’azione vera e propria, decretarono la freddezza dell’accoglienza del pubblico. Nel 1881, invece, con l’azione di levigazione e di riscrittura a quattro mani di Verdi e Boito, stanti anche le mutate situazioni politiche (l’unità d’Italia era stata raggiunta e i dominatori stranieri, veri , ma anche presunti, come nel caso di Napoli, erano stati sconfitti) Simon Boccanegra aveva scontato il debito di eccessiva modernità e poteva ricevere il meritato successo. Ranzani ha imposto tempi a volte nervosi, ma gli equilibri di volume sono stati ineccepibili così come i respiri di frase, curati belcantisticamente. Ambrogio Maestri è uno dei massimi baritoni del panorama internazionale e ha voluto sottolineare le virtù morali di Boccanegra, soprattutto la clemenza e l’amore paterno, espressi in “E vo gridando pace, e vo gridando amor”.Una prestazione non si giudica da otto note in una partitura lunga ben tre atti e prologo e sarebbe ingeneroso declassare una prova di alto valore artistico a causa di un’increspatura della voce del baritono pavese nel corso del primo atto su un filato ricercato con una scelta raffinata quanto rischiosa, soprattutto se l’improvviso calo di temperature predispone anche il più robusto apparato fonatorio a posizionarsi su nuovi assetti stagionali.

Il pubblico sancarliano è stato esemplare nel tributare applausi, senza alcun dissenso; anche in questo il blasone di un teatro si rivela. Più che positivo il debutto di Saimir Pirgu in Adorno, il tenore va affrontando con sicurezza ruoli più intensamente lirici e se un passo gli rimane da compiere è quello di decidere con nettezza se usare la piena voce, di cui dispone generosamente, ovvero il filato in falsettone, che anche è sulla sua tavolozza, senza repentini cambi di opzione. Reminiscenze belcantiste sono affiorate nella bella prova di Myrtò Papatanasiu in Amelia, che potrebbe gestire meglio i volumi, salvaguardando il colore chiaro. Sonora, elegante e ben recitata è emersa l’interpretazione del basso profondo John Relyea in Fiesco e belle evidenze anche da Gianfranco Montresor , in un Paolo che ha assunto sembianze da Jago. Alessandro Abis, Antonello Ceron e Milena Josipovic hanno completato il cast. Il Coro, diretto da Marco Faelli, tanto sulla scena che fuori campo, è stato convincente ed equilibrato.

L’impressione finale dello spettatore è quella di avere ascoltato una pagina di storia rinascimentale su musica romantica a più voci, con un protagonista, il doge Boccanegra, primus inter pares e con una storia d’amore una volta tanto non rappresentata a tinte forti. Scene e costumi di Bussotti conservano il fascino inalterabile, come immortale è quello di un rinascimento, fenomeno non solo fiorentino, che la vicenda narrata annunciava in tutto il suo splendore.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
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